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9 - La potenza delle femmine animali, delle donne, delle dee. Il Neolitico matrifocale e civile avviato al suo annientamento.

Provo a tracciare a grandi linee un percorso che, secondo me, dà una spiegazione al dispiegarsi della cultura degli IO.
Provo a delineare uno scenario nel quale è apparso e si è imposto l’ IO, anziché la naturale e necessaria presenza di esistenti umani in grado di conoscersi e viversi nell’amore dell’eros, dell’eros ventoso e caldo, dell’eros, che attraverso le forme soleggiate del rispetto, del pensiero unitivo, dell’arte, si afferma e dura.

E’ stato violentemente impedito alla specie umana di vivere la naturale spinta attrattiva che li orienta a cercarsi, frequentarsi, sapersi, inventarsi, inventando quegli strumenti di relazione che incanalano questa attrazione e la esprimono in forme intense, elevate, feconde.

 

Un’idea me la sono fatta.

La propongo.

 

Vediamo cosa succede nel regno animale.

Nelle società animali, molte specie sono orientate all’estetica con i colori, i canti, una varia produzione di ornamenti sul corpo.

Quali le origini di questa propensione verso l’arte?

E’ l’origine stessa a dirlo.

La struttura duale erotica originaria, spinge verso la creazione di esistenti che si vivano lasciandosi inviolati. Perciò tende a superare l’interiorizzazione dell’esistente altro attraverso il suo divoramento aggressivo, (leone-gazzella), e quindi inventa, all’interno del suo corpo, strutture di trasformazione in modo che ciò che si interna, si esternalizzi in forme nuove e trasformate. L’impatto interno degli stimoli esterni così diventa energia che produce arte sul corpo.

Insomma nei gradi poco evoluti il vivere è un vivere divorando.

Poi è un vivere rappresentando.

Poi è un vivere amando, che trascina e trasfigura le due fasi precedenti.

 

Il cervo che interna la visione degli alberi, a un certo punto inventa quello splendido palco di corna che ha; le strisce della zebra sono forse un’ esternalizzazione dei giochi di luce e ombra, di chiaro e di scuro che vede riflessi sul terreno; i colori degli animali è possibile pensarli come

un’interpretazione dei colori delle piante; i colori delle piante come un’interpretazione della luce solare; quelli dei pesci come una pura invenzione

loro… un gioco…

Gli animali quindi, con la loro estrosità, cominciano già a inaugurare quella forma di vita che è il vivere rappresentando.

Insomma già presso gli animali, essi tendendo all’estetica, cominciano a esprimere il principio del vivere l’uno dell’altro senza distruggersi. E lo fanno, facendosi “belli”. Lo fanno perché la vita stessa, spinta dalla sua matrice erotica, arriva a porsi come esistenza che nell’estetica, trova i motivi per svilupparsi e proporsi a forme di vita non più annientanti, ma accoglienti, adoranti, nuove.

 

Cosa facevano le femmine?

Intanto conoscevano l’habitat, osservavamo i comportamenti dei maschi, e giudicavano. Ed erano orientate a scegliere il maschio che interpretava il suo habitat in senso estetico. Quasi che l’evoluzione dell’habitat continuasse nell’evoluzione dei corpi maschili che facevano arte di sé. Le femmine valutavano se questa trasformazione dei maschi in senso estetico avveniva.

 

Perciò impedivano sia la stagnazione, sia l’involuzione, spingendo così la specie verso la sua hecceitas. Facendo questo, le femmine dimostravano di avere una profonda conoscenza della terra in cui abitavano, unita a una acuta capacità di giudizio che permetteva loro di scegliere chi quella terra sapeva interpretare in modo più estetico degli altri.

 

 

Normalmente si dice che gli attributi estetici servono all’animale maschio a difendere il proprio dna, anzi i propri preziosissimi egoistici geni, dai “nemici” e perciò, essendo in grado di vincere le forze ostili dell’ambiente, questi maschi, scelti dalle femmine, trasmettono alle nuove generazioni il loro patrimonio genetico con quello delle femmine con cui si accoppiano e così salvano il preziosissimo acido desossiribonucleico o addirittura un frammento di esso come è affermato della psicotica teoria del gene egoista.

 

Ma è così?

 

 

O piuttosto non è nell’atto di fare arte del proprio corpo che l’animale accumula in sè una maggiore energia, l’energia della conoscenza, trasformata in espressione estetica, non è forse questo surplus di duttilità mentale da accumulo di conoscenza trasformata in arte, che rende l’animale in grado di vedere meglio di un animale opaco e di capire meglio di un animale poco curioso, attitudini che permettono di evitare il pericolo, di sfuggire alla relazione divorante, e quindi di rimanere intatto e immune da danno. E questo accade perché l’animale ha realizzato in se stesso, con estro estetico profondo, gli strumenti per superare il grado della vita che coincide con il divoramento e per aver iniziato ad aprire la strada al vivere totalmente dell’altro, senza annientarlo in sé come cibo.

E non è forse il corpo estetico quello più in grado di incantare e incatenare, fosse solo per un solo istante, il cervello dell’avversario, e quel secondo non
potrebbe forse essere decisivo per permettergli di avvantaggiarsi nella fuga , o seguire un via di fuga imprevista?
Sta di fatto che i pavoni dalle lunghe code, coloratissime e ingombranti, continuano ad esistere e dei pavoni dai colori spenti non sappiamo nulla,
semmai siano esistiti.


E circa il rapimento dell’arte, anche noi umani ne siamo soggiogati. Una poesia, un quadro, una sinfonia ci tolgono il fiato e ci costringono per forza estetica a paradisiaci attimi di rapimento. L’arte si impone a noi e ci rapisce, ci trascina con sé, ci divora mentre noi la divoriamo e non scappiamo da lei.
E le femmine, nel valutare i maschi, intuivano questo e sceglievano di affermare la via estetica, attraverso la scelta del maschio che esteticamente si
faceva bello. E trasmettevano così al futuro non un grumetto di acido desossiribonucleico, ma una slancio di vita attuato.
Nel mondo animale, la femmina non si abbelliva esteticamente. La femmina creava e sceglieva. Ed era, quindi, una potenza.

Non mi stanco mai di dire che queste considerazioni sono legate al pensiero dell’origine, per cui l’esistenza va necessariamente pensata come energia in
forma duale desiderante che si sviluppa.
Quando un esistente crea bellezza, stimola il desiderio e aderisce al senso erotico originario della vita.

La potenza del femminile si esplicitava anche nelle società neolitiche matrifocali dove la Civiltà era alta e le donne erano considerate dee o grandi
madri.
Le società umane, matrifocali, vivaci, orientate alla giustizia, volte all’estetica, avevano una scarsa o nulla propensione a governare i conflitti in modo
violento. La guida era delle donne e il rispetto che tutta la società aveva per loro inibiva la possibilità che sentimenti violenti sorgessero o si manifestassero.

 

 

E in queste prime organizzazioni di vita sociale, c’erano “le ragioni seminali” per uno sviluppo delle società umane in senso matrifocale, profondamente aperto alle ragione della vita.

 

E poi, poi cos’è successo?

Cerchiamo di capire.

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