un filo di Sophia

4 - Due righe sul caso

Si afferma comunemente che il caso sia il motore dell’evoluzione.
Si dice che il caso fornisca il materiale alla “selezione naturale” perché essa possa imprimervi le sue leggi.
Ma è davvero così?
E’ davvero il caso il costruttore degli eventi?
L’ha fatta lui l’esistenza che poi la selezione ha modellato?
La vita viene dalla casualità?
Il dna c’è, perché si sono assemblate casualmente delle sequenze di molecole? 

 

E che per il modo in cui si sono assemblate, avendo preso a duplicarsi, devono necessariamente farlo sempre, perché questo modello è stato imposto dalle prime duplicazioni e ora la doppia elica è costretta a ripetere sempre questo atto originario non in forma identica, ma con qualche mutazione casuale ( il caso!) con qualche mutazione improvvisa e imprevista.
Ma è così?
Il caso e la necessità.
Ma davvero il caso e la necessità spiegherebbero il divenire della vita?
Quando si dice caso, si dice movimento.
Si dice formazione di nuova realtà.

Ma se il caso implica il movimento e se il movimento produce nuova realtà, il
movimento non può poggiarsi sull’Essere, perché l’Essere è statico e immobile,
in qualsiasi forma venga pensato.
E il caso potrebbe forse operare in ciò che è immobile e immutabile?
Ma cambiamento e trasformazione nell’esistenza ci sono.
Sono la realtà che si impone.
Allora il cosiddetto caso non può che identificarsi con il movimento assolutamente necessario che è tutt’uno con la struttura dell’energia
dell’esistenza, pensata in forma relazionale erotica. Questa energia è costretta a muoversi e realizzarsi . Questa energia è costretta da se stessa a slanciarsi verso il futuro, inventando sempre nuovi gradi di vita e di relazione. Questa energia è costretta a estremizzare la tendenza degli esistenti tra di loro. La estremizza e non la esaurisce mai.


Il cosiddetto caso, allora, non è altro che questa energia che si sviluppa spontaneamente, ma ha un orientamento certo. L’amore aperto all’amore.
Non esiste il caso.
Esiste l’imprevedibile apparire nell’esistenza della libera creatività affiorante, che non si muove come un folle, capriccioso “non” hegeliano, ma lungo una via che ha un verso e uno scopo.
L’imprevedibilità che affiora non è un irrazionale apparire, ma una maturazione.
Un progressivo formarsi che avviene con tempi suoi e modalità sue e non chiede permesso a nessuno quando sa di poter apparire. Quando sa di poter apparire, appare.
Il caso non esiste.


E questo fa gioire.

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