un filo di Sophia

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16 - La sostituzione violenta delle società matrifocali con quelle patriarcali. L' orrido vero, falsissimo.

Quando la matrifocalità delle Civiltà neolitiche, vivacemente pacifica, è stata sostituita da quella patriarcale, derealizzante, tuttora in auge, si è aperta la possibilità di un “progresso infinito”, ma cieco e arrogante, che sta uccidendo il pianeta e chiudendo il futuro.

Traduco con un linguaggio rozzo, perché rozza e violenta è questa civiltà, gli assiomi che la caratterizzano e fondano il suo ordine.

Questa Civiltà è mossa da queste forme di relazione nella conoscenza e nella vita pratica. Il disastro del mondo le hanno rese visibili. 

 

Esse affermano:

 

– Io comando. Tutto è mio. –

 

– Certo, tutto è anche tuo, a dire il vero. Perché se tutto non fosse anche tuo, Io non proverei l’ebbrezza di lottare con te. Io non sarei spinto a
entrare in relazione con te per toglierti il tutto tuo. E Io voglio la potenza della mia vittoria su di te. Voglio il tutto è mio attraverso la lotta senza quartiere con te. Voglio toglierti quello che hai. Derealizzarti. Farti mio servo. Questa cosa mi esalta. E Io la voglio. –

 

– Io assumo su di me ciò che è proprio dell’altro da me e faccio meglio di lui tutto quello che lui fa. Se gli porto via la sua potenza, se lo derealizzo, lo indebolisco come ho indebolito le donne. Poi lo governo. E trionfo. E imprimo nel mondo il mio marchio vincente . –

 

– Assumo su di me il figliare della donna, la cosa più interessante che esiste per me, la più appetibile. Poi faccio meglio di lei quello che fa lei. Io so generare i robot. Io li so generare , non certo ripieni di spirito santo, e chi se ne frega! Io faccio i robot ripieni di AI. Nessun grembo al mondo

saprebbe fare altrettanto. Nessuna femmina genererebbe con questa potenza. Io sì. –

 

– Io so fabbricare anche gli embrioni. Li faccio come voglio io. Poi invento un’incubatrice super dotata, come voglio. Così finalmente distruggo completamente la donna. Sto aspettando questa cosa da 5000 anni!

 

– Io taglio e cucio anche nelle parti intime della materia. Incollo una cosa presa di là a una cosa presa di qua. E genero sempre nuova materia.

Nuove piante, nuovi animali, tutto nuovo. Il dna è mio e lo manipolo come voglio e faccio quello che voglio. –

 

– Se nel mio orizzonte di senso, la gente per forza di cose si ammala, va bene così. Perché io con le mie ricerche dimostro di saperla guarire. Il male che Io guarisco mi eleva di grado. E Io da Io divento un quasi Dio. Anzi divento Dio. –

 

– Se la mia conoscenza devasta terra, mare e cielo, va bene così. Mi attivo per essere Io quello che li ripara. E se proprio non ci riesco, va bene così lo stesso. Io la via d’uscita per me la trovo sempre. Vado su Marte. Colonizzo Marte e là riavvio la mia storia esaltante. All’infinito. Io voglio

governare in ogni luogo. Sulla terra finché posso, poi mi do da fare alla grande! E vado su Marte, sugli asteroidi, su qualche Galassia in cui Io sempre arriverò con la potenza del mio genio assoluto. –

 

– Io mi camuffo in mille modi , ma sono sempre Io che agisco e opero.-

 

– Quando mi camuffo da differenza gentile, sono sempre Io nei paraggi. Le differenze sincere (scemenze!) di altri mi servono per stare sveglio. Mi stimolano a corrergli dietro, a non farle scappare, a non permetterli di esprimersi in proprio contro di me. Le inglobo in me come polpette, mi danno energia, e divento sempre più grande. Sempre più Io! Perciò viva le differenze sincere! (Sincerità! Che parola! Palle.) Io me le divoro

queste differenze!-

 

– Quando mi camuffo da solidarietà, non lo devo dare a vedere che ci sono Io dietro la maschera. Io devo sempre parlare di puro sentimento della solidarietà, anzi purissimo. Io devo sedurre e ingannare. Devo sedare le menti, devono starsene buone. E se poi qualche allocco fa volontariato vero, a me va benissimo. L’allocco mette le toppe sulle mie scellerataggini, così non le vedo. Io faccio le scellerataggini. E mi piace tanto farle. Ma non mi piace che qualcuno le veda. Anzi nessuno deve vederle, tanto meno io . Io devo fare sempre bella figura. Tutti devono

credere che io mi muovo per il bene assoluto. E la mia visione del mondo deve risultare sempre e per tutti la migliore di tutte. Perciò viva all’allocco volontario, che copre le buche e gli orrori fatti da me. Io gli do anche la medaglia. Lo onoro in eurovisione!

 

– Ma, dentro di me, Io dico e affermo che per me la solidarietà è solo strumentale. Una pausa per tirare un po’ il fiato e affilare i coltelli. Un’occasione per fare gruppo col mio gruppo, quando un gruppo di altri mi attacca. Poi alla fine sono Io che nel mio gruppo regolo i conti per

vincere Io.-

 

– La mia volontà di potenza mi spinge a universalizzare il mio modo di vedere il mondo e di operare nel mondo come Io voglio.-

 

– Io ho anche trovato la legge universale che ha regolato, regola e regolerà il superbo grado di vita in cui Io mi trovo e agisco. Io ho stabilito che il

mio unico imperativo categorico sia questo: Sia legge universale compiere da parte di ognuno qualsiasi azione pur di conquistare ricchezza, potenza e prestigio. Chi non può fare così, soccomba. Anche se questi debba essere Io. (Quanta nobiltà ho nel cuore, accetto perfino di soccombere!…Ma preferisco, ovviamente, che soccombano gli altri.) Questa è la mia altissima etica. Anzi è l’etica tout court. L’etica universale.

Varrà su Marte!

 

– Io voglio perciò universalizzare anche alle donne questo mio magnifico imperativo categorico. Anche loro devono fare come me. Anche per loro deve valere la mia legge. Universalizzandomi in loro, Io mi accresco in potenza e prestigio. –

 

– Se iscrivo questa mia legge nella mentalità delle donne, le costringo a fare come me, le elevo a mie pari . Hanno le mie stesse opportunità di derealizzare il mondo e splendere come Io splendo. Diventino anche loro come Io sono diventato! Io voglio il loro consenso. Così capisco che

hanno accettato. E Io di questo ho bisogno. ( Senza il loro consenso, rischio di schifarmi di me e non lo potrei sopportare). Ma poi deve essere chiaro che Io voglio stare sempre un gradino più su delle donne. O anche due. O tre o trentatré, ecc… Questa è la mia volontà. Non c’è nessun’

altra, fuori di questa.-

 

Ma al di sotto di queste categorie concettuali lavora la vita.

La vita dei gesti e delle parole di rispetto e di cura che gli umani sanno dirsi e darsi in mezzo all’arroganza del mondo.

E questa è la scrittura vivente che palpita sotto l’arroganza della sovrascrittura e la farà esplodere.

 

La dissolverà in un pulviscolo di frammenti di niente.

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