un filo di Sophia

1 - Sulle origini erotiche dell'esistenza.

Ad A.B.

RADICI FILOSOFICHE

La mia formazione viene da lontano.

Viene da radici adolescenti in cui cominciavano a prendere forma il mio bisogno di senso e il mio bisogno di filosofia.
Mi ricordo di un pomeriggio di fine aprile del 1969.

Era l’ultimo anno delle magistrali, quando la mia mente si aprì e intravvidi la possibilità di un mondo nuovo.
Fu allora che conobbi per la prima volta la profondità del pensiero di un uomo.
Non un uomo qualsiasi, ma il mio professore di filosofia. Non il mio professore di filosofia, ma un filosofo. Da tre anni avevamo in classe un filosofo, Lorenzo Abate, che ci insegnava filosofia e non avevamo capito… Molte continuarono a
non capire.
Io no.

 

Quel pomeriggio di sogno mi recai alla biblioteca Joppi di Udine per una ricerca di cui non ricordo il contenuto, anche perché non ne feci niente.
La professoressa di italiano, l’amatissima Brussich, ci aveva invitate ad approfondire un argomento, che, come ho detto, non ricordo. I libri per la ricerca li potevamo trovare alla Joppi. L’autore che dovevo cercare incominciava di sicuro per A perché , scartabellando le schede del cassetto segnato con la A, trovai subito questo nome: Abate Lorenzo. Ma è il mio professore di filosofia! Mi dissi stupita. Lessi sulla scheda i titoli dei suoi libri La sinfonia della speranza e La relazione rispettante. Li chiesi in prestito e li portai a casa. Li lessi. Sola, nella mia cameretta, chiusa la porta, li lessi fino a tardi. (E della ricerca di italiano chi si ricordava più!)

 

La sinfonia della speranza era una raccolta di poesie di speranza. Era la musica della speranza che udivo sprigionarsi dal libro, era la musica dell’anima adolescente che accarezzava quell’anima adolescente che io ero, era come un sogno lieve di dolcezza e profonda poesia. Era anche una musica di dolore in quelle poesie, una soave musica piena di dolore, che io vivevo, come fuori dal mondo.
La relazione rispettante era, ed è, un breve, ma importantissimo saggio di filosofia politica.
Quei libri li amai all’istante. E li capii. E ciò che non capii subito, lo intuii come la cosa più importante per me, e per sempre. E fu così. Provavo una contentezza profonda, come un sentore di primavera che mi avvolgeva. A me pareva di
aspettarlo da sempre.

 

Il giorno dopo non andai a scuola, convinsi Mariangela, la compagna di classe più cara, a seguirmi per leggere insieme a lei i libri. Andammo a Colugna, nei campi. All’ombra dei gelsi, nell’aria tiepida, leggevamo e prendevamo note. A
mezzogiorno riuscimmo con fatica a convincere una mia zia del luogo a farci la giustificazione per l’assenza da scuola. Mentre la firmava, mi guardava torva.

L’indomani arrivammo di proposito a scuola una ventina di minuti dopo il suono della campanella. Inventammo non so quale scusa per quel ritardo e andò come speravamo. La preside arrabbiatissima (vergogna figliole !) quel giorno
ci chiuse nello stanzino delle punizioni. Era quello che volevamo , perché dovevamo terminare insieme la lettura dei libri. Alle tredici, finita scuola, vedemmo Abate che stava uscendo dall’ aula insegnanti, gli dicemmo dei libri (non dello stanzino!) 

Lui si illuminò. 

 

Gli chiedemmo di farci una lezione sul suo pensiero. Acconsentì. E pochi giorni dopo la classe in silenzio assoluto ascoltò la voce di un filosofo che ci rapì. Altre poi persero il senso di questa lezione. Io la sto ancora sviluppando. E sono passati quasi cinquant’anni! Gli anni seguenti potei leggere tutti i suoi testi. Lui gentilmente me li imprestò, a uno, a uno, e me li lasciò fino a che li avessi compresi e metabolizzati.

Qualche volta andavo a casa sua per ascoltarlo. Un paio di volte venne con me il mio fidanzatino di allora. Anche lui fu affascinato dal pensiero di Lorenzo Abate, ma non ne capì la portata. Io la capii e la amai. E mi coinvolsi di un coinvolgimento che dura da una vita.

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