Madri e Diritto

di Daniela Danna

mater-iuris

Fare parti uguali tra disuguali è l’ingiustizia, secondo la Scuola media di Barbiana, e anche secondo le organizzatrici e relatrici del convegno Mater Iuris. Il diritto della madre: uscire dalla simmetria giuridica dei sessi nella procreazione, che si è tenuto all’Università degli Studi di Milano il 29 novembre scorso, davanti a un folto e qualificato pubblico(2).

E l’ingiustizia è la sofferenza delle madri che il diritto disconosce e subordina ai padri, persino se violenti.


Il convegno non ha avuto paura dell’anatema “essenzialista” che oggidì colpisce l’uso politico e intellettuale del concetto di differenza sessuale al punto da considerare sinomini “sesso” e “genere”, laddove il sesso è una manifestazione biologica, mentre il genere sono i significati socialmente dati all’appartenere all’uno o all’altro sesso.

 

Nel patriarcato significano l’attribuzione di superiorità e dominio al maschile e di inferiorità e ruolo di servizio al femminile: ruoli complementari e gerarchici. Per sfruttare si svaluta: il lavoro domestico è improduttivo, la gravidanza è ininfluente rispetto alla genitorialità genetica o sociale, il dover offrire l’accesso sessuale al proprio corpo a chiunque paghi è “un lavoro come un altro”. Gravidanza e parto sono “tecnicizzati” e resi invisibili, privati di valore sociale in quanto “pura biologia” – salvo ribadire nella maternità surrogata l’importanza del legame genetico nella filiazione, che ha l’apparenza della neutralità ma in realtà è maschile, perché è del padre il legame solo genetico con un neonato.

 

L’approccio neutro ai temi della famiglia in nome della parità e della fungibilità tra i sessi continua a svalorizzare l’esperienza femminile. Il legame materno è invece un legame sì biologico ma anche relazionale, che la madre estende a chi le sta vicino. Sempre la gravidanza e il parto sono relazioni – come può esserlo la paternità – l’essere umano non è mai pura biologia.

 

Fin dagli ultimi mesi di sviluppo il feto entra in relazione con sua madre (innanzitutto, e poi con il suo intorno) per quanto lo permette il suo stadio di sviluppo sensoriale. “Madre” lo uso e usiamo nel senso di una donna che ha accettato la gravidanza, che è disponibile a prendersi cura del concepito. I presupposti condivisi del nostro gruppo organizzatore sono stati la difesa della facoltà di abortire per volontà della donna, la difesa della maternità responsabile contro la mercificazione della gravidanza e dei neonati, la difesa delle donne in fase di separazione coniugale contro le novità legislative che destra e sinistra vorrebbero introdurre, per la modifica delle prassi attuali derivanti dal principio di bi genitorialità, che non valuta la qualità delle relazioni familiari della “figura paterna”.

La raffigurazione nell’antichità romana della Mater Iuris – Madre del diritto – ha ispirato il convegno in quanto era la rappresentazione della Giustizia (3). Essa viene prima del diritto, per i Romani lo genera, e ad essa il diritto deve necessariamente assomigliare.

Consideriamo però il diritto come la cristallizzazione dei rapporti conflittuali della società e, come si legge nella call/presentazione del convegno, “Ci chiediamo se sotto la rivisitazione paritaria e neutra che ha interessato nel corso degli anni il diritto di famiglia, non sia all’opera ancora, o nuovamente, un diritto prevalente del padre, e se questo assetto non possa essere ripensato, alla luce del patrimonio del pensiero femminista nel diritto”.

 

Abbiamo perciò invitato a parlare relatrici la cui ricerca mostrasse i problemi che sorgono dall’automatismo della parità e dalla mera simmetria dei sessi nel campo della procreazione e del diritto di famiglia. La valorizzazione del femminile è la nostra proposta, anche a quella parte delle nuove generazioni femministe che trovano la soluzione dell’oppressione nella cancellazione “queer” del femminile e del maschile. Al contrario, questa cancellazione equivale a una rinuncia a noi stesse, prodromo di sconfitta.

Questo convegno è il nostro primo passo su una lunga strada da percorrere continuando ad analizzare e a fare proposte in modo che il diritto rifletta la vita e le relazioni, invece di creare finzioni (come la madre denominata “portatrice”) e di calare dall’alto principi astratti (come la bigenitorialità) costringendo i bambini di un uomo violento a continuare a frequentarlo anche se non vogliono vederlo, solo perché è il padre biologico mentre non è stato un padre sociale.

 

Tre sono stati gli ambiti in cui le relatrici hanno mostrato le inappropriatezze e ingiustizie della simmetria tra i sessi nella procreazione: ciò che accade nelle separazioni dopo violenze fatte dal marito; la surrogazione di maternità, male intesa come corrispettivo maschile della fecondazione assistita; e lo stesso concetto di famiglia nucleare, messo a confronto con la multigenitorialità e con la famiglia matriarcale dei popoli che mantengono questa antichissima struttura sociale. Si è anche riflettuto più in generale sulle strutture patriarcali del linguaggio con l’intervento di Stefania Cavagnoli, autrice di Linguaggio giuridico e lingua di genere: una simbiosi possibile (Edizioni dell’Orso 2013). Innanzitutto, Cavagnoli ha fatto notare che nella presentazione del convegno: “Anche qui abbiamo detto ‘tutti’ nonostante non ci sia nessun uomo”. Il pubblico era infatti all’inizio solo di donne. Nel merito, Cavagnoli ha mostrato la poca presenza, o in molti casi assenza, del femminile e della sua rappresentazione all’interno dei testi giuridici: “Il non dire determina rapporti di potere che non sempre vengono percepiti come tali, ma che lo sono”, perché “chi non si nomina non esiste” (sul piano simbolico). E c’è anche una questione di classe nell’uso comune del linguaggio: “Avvocata ‘non si può sentire’, ma operaia sì?” ha chiesto retoricamente la linguista (4).

 

Nella relazione iniziale su “Famiglia” di Monica Santoro, la sociologa ha ricordato come storicamente: “Il diritto della madre è sempre eroso, calpestato, le è stato negato il potere di far entrare i figli nella sua famiglia. Il matrimonio trasforma i figli della donna in figli del marito. La continuità familiare esiste solo se è sposata”.

Quindi Denise Amram, avvocata del Foro di Pisa e docente universitaria, ha presentato una relazione sulle famiglie in cui i figli vengono educati, mantenuti, istruiti da adulti non geneticamente legati a loro: “Questo mutamento delle compagini familiari che si allontanano dalla famiglia nucleare (tradizionalmente formata da due genitori eterosessuali, monogami con prole naturale) dovrebbe riflettersi in un diritto di famiglia che parta da un paradigma della responsabilità.

Invece la multigenitorialità è demandata esclusivamente a forme di autoregolamentazione, con il limite che queste riflettono le dinamiche economico-sociali [di potere, nda] tra le figure genitoriali. Le proposte di legge sulla genitorialità sociale la considerano una variante in minore. Addirittura, nel disegno di legge (DDL) Pillon i giudici sono praticamente esautorati nelle decisioni sulla separazione, in una visione adultocentrica – o meglio patricentrica”. Infatti dal 2006, anno in cui la legge ha dettato l’affido condiviso come norma5, l’interesse superiore del minore viene fatto coincidere con il principio paritario di bigenitorialità, invece di rifarsi a un’etica delle relazioni nella loro concretezza, materialità e qualità.

 

Aprendo la parte su “Violenza”, la filosofa politica Olivia Guaraldo ha sottolineato come la violenza in famiglia viene considerata di importanza minore rispetto alla violenza pubblica: omicidi, rapine, guerra, terrorismo: “È una violenza sì privata che però riguarda anche la dimensione pubblica. Aumenta dove c’è più libertà femminile e parità nei ruoli, si trova di più nel nord Europa rispetto ad altre parti del mondo, nel nord Italia rispetto al sud Italia, e deriva da una concezione proprietaria della donna”.

La giurista Chiara Angiolini ha parlato della violenza sulle donne fra le mura domestiche, dal punto di vista del diritto privato, in particolare la gestione dei figli con il principio di bigenitorialità. Angiolini fa notare come il principio venga osservato anche nei casi di violenza di genere o di sospetta violenza, benché la sua applicazione concreta renda necessario il prolungamento di una relazione con l’aggressore, che continua a essere pericoloso anche perché le autorità, invece di ammonirlo e fermarlo, convalidano il suo ruolo paterno. Che l’affido condiviso rimanga anche in caso di violenze è purtroppo nozione comune per chi si occupa di contrasto alla violenza: “prevaleva e prevale ancora l’assunto in base al quale un ‘partner violento’ rimane comune un ‘buon padre’”, scrive Ilaria Boiano(6). I figli che non vogliono rivedere i padri violenti non sono ascoltati. Ma il diritto cui non puoi rinunciare è un dovere, fa notare Angiolini. La giurista osserva che ci si aspetta dalle madri sopravvissute alla violenza del partner addirittura che riabilitino agli occhi dei figli la figura paterna: “Il genitore con più influenza è colpevolizzato, e non si ritiene che sia parte dell’interesse del minore il fatto che la madre rimanga, perlomeno, viva”.

Una prospettiva di riforma potrebbe essere l’inversione dell’onere della prova della violenza con gli indicatori sociali che ne fanno sospettare l’esistenza. Attualmente invece la sua prova è accettata in sede civile solo se è stata accertata in sede penale. Si tratta però di due percorsi diversi: il giusto garantismo della legge penale non deve far scomparire la pericolosità di un soggetto nei suoi rapporti familiari. Le proposte di riforma, come il DDL Gallone e il DDL De Poli al Senato, così come il già citato DDL Pillon, prospettano un diritto che non è più nemmeno fintamente neutro, peggiorando la situazione attuale, favorendo l’invisibilità della violenza e prevedendo per “accuse false e infondate” (spesso semplicemente non provate o non credute) addirittura la decadenza della potestà genitoriale. “Più che diritto del padre”, conclude Angiolini, “è un diritto dell’oppressore, che facilita la continuazione di una relazione violenta. Secondo queste proposte di legge, lo squilibrio può continuare”.

 

Drammatiche le vicende richiamate dall’équipe di Patrizia Romito (autrice di Un silenzio assordante, FrancoAngeli 2005), e presentate da lei e Mariachiara Feresin (con il più giovane partecipante: il lattante Edoardo): “Secondo la ricerca che abbiamo svolto su avvocati e assistenti sociali, l’affido condiviso è designato come modello principale da utilizzare nei casi di separazione e affido dei figli/e, e la mediazione familiare è suggerita come strumento da utilizzare al fine di raggiungere un accordo tra i genitori, con particolare riferimento alla tutela degli interessi dei bambini/e (D.Lgs n.154/2013).

Il ‘miglior interesse dei bambini/e’ viene così espresso in termini di affido condiviso e diritto alla bigenitorialità.
In contesti di violenza domestica l’applicabilità del concetto di bigenitorialità e della mediazione familiare è a dir poco controversa, nonché oggetto di discussione”. La ricerca qualitativa svolta a Trieste ha mostrato come: “Malgrado i pattern di potere e controllo agiti dal partner violento durante la relazione continuino nel post separazione, la violenza viene occultata durante il processo di affidamento. I professionisti la ignorano e di conseguenza applicano la mediazione; scomparendo la violenza, la bigenitorialità viene ritenuta legittima e necessaria; ex coniugi e genitori vengono presentati come distinti. Si assiste ad uno scivolamento: dal miglior interesse del bambino/a al miglior interesse dei padri. I professionisti non conoscono la Convenzione di Istanbul e la sicurezza di donne e bambini/e viene messa a rischio”.

 

Nei dati Istat del 2016 l’82% delle separazioni è consensuale e il 90% degli affidi è condiviso. Tuttavia, molte coppie devono continuare a condividere la casa, “separazione consensuale” non significa priva di violenza, e affido “condiviso” è solo una parola: “Nella maggioranza delle separazioni consensuali l’intervento del giudice è necessario per aumentare i tempi di permanenza del figlio presso il padre, non contro la volontà della madre, ma contro la volontà del padre”. La situazione più comune è quella in cui la maggiore responsabilità sulla vita quotidiana dei minori di fatto ricade sulle madri, che però devono accordarsi per ogni decisione con i padri separati. E questo avviene anche nei casi di violenza e maltrattamenti in famiglia, che spesso continuano dopo la separazione e non riguardano affatto una sparuta minoranza. Limitandoci allo stalking – di cui si è occupato l’Istat – il 15% delle separate lo ha subito durante o dopo la separazione(7): “Abbiamo così progettato una ricerca multi-metodo con un campione di donne che hanno frequentato cinque Centri Anti-Violenza in Italia con 151 questionari iniziali e 91 ricompilati 18 mesi dopo.

I risultati hanno mostrato che le donne hanno sperimentato alti livelli di violenza dal partner e che i bambini/e sono stati profondamente coinvolti. Quando le donne e i bambini/e non vivevano più con il perpetratore della violenza, minacce, violenze e comportamenti di controllo si sono verificati durante i contatti padre-bambino/a: il 79% delle donne nello studio longitudinale e tutte le donne nello studio qualitativo hanno riportato di aver subìto almeno uno di questi comportamenti. Lo studio qualitativo ha permesso di scoprire alcune strategie specifiche degli uomini-padri violenti. Far sentire la donna-madre colpevole, minacciarla, denigrarla, impoverirla, impedirle di vivere una vita normale e cercare di distruggere il legame madre-figlio/a sono risultati elementi chiave utilizzati dai violenti, artefici di un progetto complesso volto a mantenere un controllo coercitivo sull’ex partner.

I risultati di questo studio multi-metodo hanno fornito una comprensione più profonda dei meccanismi del controllo coercitivo e della violenza post-separazione e di come i perpetratori utilizzino i bambini/e per raggiungere i loro obiettivi”. È un attacco alle donne come madri, concludono le psicologhe sociali: “Il comportamento dei padri è strategico per impedire alle donne di essere libere. Non sono raptus. Le leggi permettono ai padri di fare questo, ed è un problema molto diffuso”. I padri separati della ricerca quantitativa triestina usano i figli per mantenere un controllo continuo sulle madri: “È importante che la donna si separi da un uomo violento, ma poi le violenze continuano: a distanza di 3-5 anni il 50% esercita ancora violenza”. I tribunali generalmente non danno alcun peso alla violenza psicologica né a quella assistita. Ma i bambini, dicono Romito e Feresin, “sono sempre coinvolti nella violenza, perché sempre vi assistono. In questionari riempiti molto bene, un quarto delle donne non risponde se i figli hanno subito violenza.

 

La reticenza su questo punto è molto comprensibile, ed è sia razionale che emotiva, perché le madri sono socialmente strutturate a sentirsi in colpa, ma hanno anche paura che tolgano loro i figli se ammettono di essere state in relazione con uomini che li maltrattavano”. Invece i tribunali partono dalla credenza della necessaria presenza del padre biologico, cosa che nei casi studiati i padri sfruttano: il 54% ha minacciato di togliere i figli alle ex mogli”.

 

La riflessione sugli effetti negativi della simmetria giuridica dei sessi nella procreazione che neutralizza la donna si può trovare nei testi della giurista statunitense Martha Fineman(8), punto di riferimento teorico del convegno assieme – tra le altre – alla filosofa Carole Pateman, che ha scritto sul ‘contratto sessuale’ tra gli uomini per l’uso delle donne(9), e Adrienne Rich, che ha analizzato ‘l’istituzione della maternità’ volta a irreggimentare la nascita e l’allevamento dei bambini assoggettando le madri, private del riconoscimento della loro competenza e autorevolezza(10). Storicamente questi espropri delle capacità unicamente femminili hanno assunto forme diverse, e si ripropongono persino “da sinistra” e da “femministe” in particolare sul tema della surrogazione di maternità.

Il comitato scientifico del convegno rappresenta invece un gruppo di donne compatto nella sua contrarietà all’introduzione di questo istituto giuridico, che nei paesi che lo configurano permette il trasferimento (di fatto sempre oneroso anche quando è chiamato “altruistico”) della filiazione per contratto.

 

Tre relazioni hanno affrontato questo tema, anche inserendola nel quadro più ampio delle “antiche e nuove modalità di esproprio del corpo femminile”, secondo il titolo di Cristina Luzzi, dottoranda in Giustizia costituzionale e diritti fondamentali: “Superati, come scrive Duden, i confini tra fuori e dentro del corpo femminile, i legislatori europei hanno ricostruito l’aborto come un momento di conflitto tra gestante e concepito e omesso che tali soggetti coesistono all’interno di un unico corpo, quello femminile. Sebbene almeno la mancata subordinazione dell’aborto al consenso del padre del concepito (Boso c. Italia) e l’eliminazione a livello nazionale del divieto di diagnosi reimpianto sembrino restituire al corpo femminile la propria sovranità, l’appiattimento del materno ritorna prepotentemente nella surrogazione di maternità, il che è evidente già sul piano definitorio.

Sono molti, infatti, a preferire l’espressione ‘gestazione per altri’ per inquadrare la fattispecie. Oltre all’implicita equiparazione della madre biologica a un’incubatrice, tale formula appare la più adatta per negare al diritto al ripensamento della gestante una qualche supremazia. Relegando dunque la maternità alla sola dimensione sociale, la si riempie di un contenuto tutto maschile. D’altronde Rich, citando Mead, ricorda che essere padre «è qualcosa che avviene al di fuori del proprio corpo, nel corpo di un altro»”. Le madri retribuite accettano di diventare un contenitore di creature altrui, riducendo la maternità ad atto di volontà come la paternità, che avviene nel corpo di un’altra.

Per il comitato organizzatore la rivendicazione della gestazione per altri (GPA) da parte dei “padri arcobaleno” equivale a una sparizione delle donne, evidente anche in altri concetti usati dal movimento LGBT, come la neutra ‘omogenitorialità’ invece di espressioni sessuate quali ‘doppia maternità’ e ‘doppia paternità’, e come la rivendicazione della “genitorialità alla nascita”, cioè la cancellazione del principio mater semper certa, che significa che chi partorisce è automaticamente la madre legale. Questo è invece un riconoscimento prezioso che il diritto fa alle relazioni. Si legge nella call del convegno: “Riteniamo che la regula juris del mater semper certa possa essere interpretata oggi in chiave favorevole a nuove dimensioni di libertà femminile, traducibili in istituti giuridici capaci di rispecchiare la differenza sessuale”, ad esempio con una nuova capacità della madre di conferire la cogenitorialità alla sua compagna o compagno non padre genetico.

 

Tullia Penna, dottoranda in Filosofia del diritto, ha affermato con Fineman che: “L’eguaglianza tra i sessi si traduce in un processo di progressiva neutralizzazione della donna, il cui tratto distintivo – la sua potenziale maternità – viene cancellato in nome dei tempi socio-economici odierni, legati a parametri di lavoro e di prestazionalità del tutto conformati all’individuo maschio. La donna in quanto dividua non è dunque libera in sé, ma libera di poter essere come l’uomo, di rinunciare alla propria peculiarità in nome di un equo accesso ad alcuni diritti. La donna diviene quindi manager del sé-risorsa, adeguandosi a un mondo lavorativo in cui simula di avere a disposizione un tempo di scelta analogo a quello maschile. Inoltre, diventa risorsa per la società attraverso un’estrema medicalizzazione della gestazione e del parto, nei quali diventa sempre più trasparente in favore della predominanza delle biotecnologie, quali il congelamento degli ovociti o alcuni tipi di PMA. Non solo, in extrema ratio la donna diviene risorsa per altri, decidendo di donare i propri ovociti o d’impiegare il proprio utero per una GPA, spesso così accettando una bioschiavitù”.

Laura Sugamele, filosofa e autrice di Bioetica e femminismo. Rivisitazione dell’etica dei principi e sviluppo della competenza dell’autonomia (Stamen 2016), trova il nesso tra maternità surrogata e ideologia neoliberale: “La reificazione economica della riproduzione è accolta da una parte del movimento femminista, che secondo Nancy Fraser è colpevole di aver assimilato uno spirito capitalista-androcentrico che strumentalizza la capacità generativa delle donne. È il guadagno a condurre alcune donne ad accettare di prestarsi al ‘servizio’ di surrogazione, vedendo quindi ridotta l’autonomia di gestione sul proprio corpo, soprattutto per gli accordi che regolano in termini economici tale pratica e che rendono la relazione tra il cliente – o la coppia committente – e la donna che presta il suo corpo alla surrogazione, asimmetrica. Parafrasando Maria Mies, il corpo femminile e la sua potenzialità procreatrice è una importante risorsa economica produttrice di qualcosa, che è sua volta contrattualizzato, il bambino, e di cui la donna viene espropriata a beneficio di terzi”.

Silvia Niccolai conclude la sessione parlando del principio di libertà sulla procreazione, che implica un vizio di costituzionalità a carico di chi si presenta a registrare i certificati che attestano di essere ricorsi a questa pratica, che in Italia è contraria all’ordine pubblico – nel suo significato costituzionale di dignità e uguaglianza degli esseri umani. In questa prospettiva, Luisa Muraro (dal pubblico) ha proposto di sanzionare la cancellazione del nome della madre, prassi dei paesi dove la surrogazione di maternità è stata creata dal diritto: “Ma, alla luce di quanto avete detto sull’assurdità della monetizzazione, non con una multa pecuniaria”.

Parlando dei tempi femminili più vicini ai ritmi naturali della vita, le giuslavoriste Lola Santos Fernandez e Francesca Coppola hanno relazionato su “La conciliazione inconciliabile tra lavoro e famiglia”. Le politiche in tema di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro attuate, sotto la spinta delle istituzioni europee, mirano a garantire l’entrata e la permanenza delle donne nel mondo del lavoro: “L’impostazione giuridica che regola il rapporto tra famiglia e lavoro si sostiene sull’idea ‘automatica’ della parità di genere, della sostanziale intercambiabilità tra la madre e il padre all’interno del nucleo familiare, ricercando la neutralità come valore di per sé. Ma alcune politiche attive determinano una grande confusione terminologica nonché simbolica, perché esperienze di vita profondamente diverse, rappresentate dall’essere madre o dall’essere padre, non vengono riconosciute giuridicamente, negando ricchezza e varietà nel rapporto con i figli, che richiede invece tempi e misure distinte per ogni caso.

 

Concedere al padre la possibilità di usufruire di un congedo obbligatorio, vale a dire di assentarsi dal lavoro per soli quattro giorni (aumentati da due a quattro per l’anno 2018) è un risultato ancora del tutto lontano da qualsivoglia obiettivo di valorizzazione del suo ‘tempo di vita’. L’opportunità per il padre di godere del congedo facoltativo, ma soltanto in alternativa alla madre, a condizione che la stessa rinunci ad un giorno della sua maternità per ‘cederlo’ al padre, è indice di come per il diritto sia in sostanza trascurabile la sostituzione della madre con il padre nella cura dei figli e di come l’intercambiabilità delle due figure rappresenti un’idea da promuovere.

Con una soluzione di questo tipo, inoltre, la donna è posta dinanzi alla condizione di dover scegliere se privarsi o meno di un suo diritto, garantitole, tra l’altro, dalla legge stessa”. Inoltre: “Un esempio di uso scorretto e riduzionista del linguaggio che determina una confusione simbolica è rappresentato dall’estensione del diritto al congedo per allattamento al padre. Sebbene l’intenzione dell’interprete (trattandosi nel caso specifico di giudici di merito) sia quella di concedere uno spazio anche al padre nella cura del bambino, la modalità intrapresa non risponde a – e non rispetta – una realtà diversa e ricca, piena di sfumature e pieghe molto differenti. Estendere al padre in maniera automatica un diritto che nasce tenendo presente il corpo della madre e la sua capacità di nutrire il neonato, svuota di significato e porta alla solita svalutazione dell’esperienza femminile. La semplificazione genera una perdita di senso, di valore e di ricchezza di prospettive”.

 

I valori “neutri” di competitività e produttività tracciano in realtà un ordine studiato sartorialmente sula vita riproduttiva dell’uomo, mentre le donne rinunciano o al lavoro o a fare figli. Se questi sono un patrimonio per la collettività, riflettono Santos Fernandez e Coppola, essi rappresentano invece un costo per l’azienda o società. Bisogna quindi che il lavoro di cura conti tanto quanto il lavoro sul mercato.

Inoltre, hanno detto, “alcune riflessioni possono sollevarsi in merito alla predisposizione, da parte del governo, di voucher per l’acquisto di servizi di baby-sitting (erogati secondo le modalità previste per il Libretto Famiglia) con cui di fatto si chiede alla donna di rientrare il prima possibile al lavoro, rinunciando alla possibilità di usufruire del congedo parentale e affidando di fatto la cura dei figli ad un terzo. Il presupposto alla base della scelta di un simile strumento muove evidentemente dalla convinzione che il tempo sia un bene quantificabile ed equamente scambiabile con il denaro”. Concludono le giuslavoriste: “Attraverso il vessillo della parità di genere, con cui si dispongono misure per incentivare l’occupazione delle donne, ci si appropria in realtà del loro tempo per piegarlo alle esigenze della produttività e del mercato”.

 

Sofie della Vanth, ricercatrice sul matriarcato e sulla Spiritualità femminile-femminista, autrice dell’opuscolo L’amore matriarcale e del libro Il conflitto tra donne, esplorazione di un tabù sulla traccia del suo dono (VandA ePublishing 2013), ha parlato del modo di creare famiglia delle società matriarcali, rifacendosi anche agli studi di Heide Goettner-Abendroth (11). In queste società essere una “buona madre”, avere cura, attenzione, accoglienza, è una qualità e un valore cui aspirano anche gli uomini: “Il matriarcato non è in nessun modo un ‘rovescio del patriarcato al femminile’, come spesso viene compreso e definito. Il matriarcato si distingue per la sua organizzazione economica, sociale, culturale, politica e spirituale diversa da quella patriarcale”. Le Moso, società matriarcale che vive in Cina, dicono: “Noi viviamo l’amore libero, libero da faccende di sopravvivenza”, perché questa la si trova garantita nel clan e nella casa materna. “Essere in una relazione”, ha detto Della Vanth “non accresce la reputazione sociale come con il matrimonio patriarcale, e non è lì la ‘cuccia sicura per bambine e bambini’, che vengono invece cresciuti nella casa della madre della madre. Siccome la passionalità è mutevole, è soggetta a interruzioni, a cambiamenti, le Moso hanno chiaro che non si può costruire una società su questa base.

Lo fanno invece sulla certezza di essere madri (se lo sono) e figlie. Non esiste l’importanza del padre biologico: la figura paterna è il fratello della madre, cioè lo zio materno”, che in alcune lingue ha un nome diverso dallo zio per parte di padre. Nascita e morte sono cose di donne. La donna rappresenta la ciclicità sacra della vita, è sacra come ogni manifestazione della vita – la violenza in famiglia non esiste sia per questo motivo morale che per la separazione diurna della coppia, che continua a vivere e lavorare nella casa materna perché quella è la famiglia, matrilineare. Nota Della Vanth: “Non esiste la precarietà fondamentale, quel bisogno spasmodico di essere amata/o, perché già lo sono, so di esserlo da mia madre e dal mio clan. La gelosia è invece l’espressione di un disagio, ma è la nostra condizione di base. Nel matriarcato invece si crea una sicurezza non in base all’avere, che non basta mai, ma al fatto di sentirsi sempre connessi – alla madre, alla Terra, parte di un enigmatico, infinito, meraviglioso tutto”.

 

Arrivederci al prossimo autunno, sperando di ricevere anche contributi che trattino la medicalizzazione del corpo femminile, della gestazione e del parto – un tema annunciato nella call sul quale però non abbiamo avuto proposte di relazione.

 

1 Daniela Danna  fa parte del Comitato scientifico del convegno. E’ autrice di:  Maternità. Surrogata? Trieste, Asterios 2017; Fare un figlio per altri è giusto … (Falso)!, Roma-Bari, Laterza 2017; Stato di Famiglia. Le donne maltrattate di fronte alle istituzioni. Roma, Ediesse 2009; Ginocidio. La violenza contro le donne nell’era globale. Milano, Eleuthera 2007.

2 Il Comitato scientifico è composto da: Valentina Calderai (Diritto privato, Università di Pisa), Daniela Danna (Sociologia, Università di Milano), Olivia Guaraldo (Filosofia politica, Università di Verona), Silvia Niccolai (Diritto costituzionale, Università di Cagliari), Susanna Pozzolo (Filosofia del diritto, Università di Brescia), Monica Santoro (Sociologia, Università di Milano).

3 Simone, Anna: Rappresentare il diritto e la giustizia nella modernità. Milano, Mimesis 2016.

4 Vedi anche il sito https://grammaticaesessismo.com.

5 E la L. 154/2013 ha esteso l’affido condiviso anche ai casi di separazione di coppie non sposate.

6 Boiano, Ilaria: Femminismo e processo penale: come può cambiare il discorso giuridico sulla violenza maschile contro le donne. Ediesse e CRS 2015, p. 282.

7 https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/chi-sono-le-vittime (dati del 2014).

8 Fineman, Martha Albertson: The neutered mother, the sexual family and other twentieth century tragedies. Routledge 1995.

9 Pateman, Carole: Il contratto sessuale : i fondamenti nascosti della società moderna. Moretti & Vitali, 2015.

10 Rich, Adrienne: Nato di donna. Garzanti, 1979 (con riedizioni successive).

11 Goettner-Abendroth, Heide: Le società matriarcali: studi sulle culture indigene del mondo. Venexia 2013.

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