Ricerca e perdita della differenza

 

Io e le mie amiche siamo state ragazzine all’inizio degli anni 80 e siamo quindi cresciute all’ombra di quei movimenti giovanili di cui abbiamo, non so quanto precisamente, intuito l’importanza. Ci siamo sentite figlie di quella contestazione e di quelle donne che operavano nei movimenti femminili; ne portavamo in cuore una porzione, un minuscolo sguardo sulle cose, una tensione al cambiamento che, nel nostro caso e in quegli anni, seppe tradursi soprattutto in un ostinato anticonformismo e in un bisogno di libertà che, molti, come noi, non hanno poi tradotto in nulla di preciso, in termini di impegno, politicizzazione o militanza.

Iconograficamente ci attenevamo ai ragazzi e agli adulti che, prima di noi, avevano lottato per i loro diritti, per una certa idea di cambiamento, per nuove forme di relazione e di umanità. Ci vestivamo alla stessa maniera, sognavamo viaggi ed avventure, sottolineavamo libri, camminavamo fiere, a testa alta, orgogliose della nostra differenza; ambivamo a relazioni profonde ed autentiche, in barba ad un sistema di valori che ci trovava recalcitranti ed estranee.

Eravamo unite, come le abitanti di un pianeta meraviglioso di cui annusavamo continuamente la bellezza. Una bellezza che sentivamo di incarnare, nonostante le critiche, gli sguardi e i rimbrotti di genitori, amici e professori.

La giovinezza ci aiutava, è ovvio. Gli anni sotto i venti sono difficili e magici per tutti. Sono anni in cui la famiglia resta alle spalle e il gruppo, i compagni, diventano le fonti di uno scambio da cui germogliano i semi di quella identità che durerà nel tempo, lasciando eternamente qualcosa di sé, come una matrice che accumuna per sempre, nonostante le stagioni, i cambiamenti e le scelte.

È così per tutti, la giovinezza.

Ma oso dire che per noi fu molto di più, perché i semi che le generazioni precedenti alla nostra ci avevano involontariamente consegnato, erano potenti e scardinavano con forza il senso comune.

Erano semi che custodivano un anelito alla rivoluzione e il rifiuto di un universo simbolico che come dinamismo interno ancora ci appartiene, nonostante le vite si siano divise e nessuna abbia la fortuna di abitare nella stessa città dell’altra.

In quegli anni 80 che ci hanno visto ragazzine, incrociare infinite esperienze, che alcune tra noi hanno preso maggiormente sul serio delle altre, abbiamo incontrato storie, conosciuto gente, visitato luoghi e stanze che ci hanno formato. E poi, già prima della maggiore età, ci siamo divise, per praticare la giovinezza altrove, in strade che si sono rivelate colme di luce (e di buio) così come quel breve tratto di strada che avevamo già percorso insieme.

La differenza di cui ci sentivamo portatrici, in un certo senso si stemperò. Ma negli anni 80, in quella maestosa e materna ombra rivoluzionaria dentro cui sentivamo di abitare, che io ora potrei chiamare femminismo, tensione alla giustizia sociale, impellenza a pensare da sole e senza limiti, non abbiamo trovato le fila di un discorso da riprendere e ricominciare; fila lasciate da altri.

Direi che ci sono mancati luoghi che prendessero sul serio la nostra voglia di definirci altro da ciò che ci circondava. Non abbiamo rinvenuto tracce da seguire per rielaborare chi eravamo e che uso avremmo voluto fare della nostra vita. Siamo rimaste orfane di quelle pratiche che donne più grandi di noi stavano già mettendo in atto, e non abbiamo preso sul serio un movimento che il pensiero dominante, e dunque anche i nostri coetanei, cominciavano già a ridurre e demonizzare, apostrofandoci con derisione “le femministe”.

Sono sufficienti pochi anni per rimasticare un fenomeno, porgendolo poi alterato alle masse.

Non so se chiamarlo potere dominante, inconscio collettivo, resistenza umana al cambiamento o semplicemente inerzia, fatto sta che di alcune forme di controcultura vengono rapidamente smussati gli angoli, ridefiniti i sensi, riassestati di pochi centimetri i punti di osservazione, col risultato di invertire la voce narrante che, da chi agisce viene spostata su chi ha visto, chi dice di sapere e racconta. Racconta un suo punto di vista, filtrato da categorie personali.

Succede con tutto. Ed è per questo che la memoria è importante, per quanto labile e fallace. Lo ha ben spiegato Primo Levi quando ha scritto che i nostri ricordi non sono incisi sulla pietra, ma tendono a cancellarsi, si modificano, si accrescono, incorporando lineamenti estranei, soggetti come sono a una lenta degradazione e a meccanismi che ne falsificano l’autenticità, quali i traumi, l’interferenza di ricordi concorrenziali, le repressioni, le rimozioni.

Riguardo al mancato e potenzialmente fertile incontro tra noi ragazze e le generazioni di donne che ci avevano preceduto, non userei la parola colpa: le cose vanno come devono andare.

Siamo forse state noi, affamate di vita, ad essere distratte da sentimenti, amori, entusiasmi, angosce e risultati scolastici. O forse è stata la tendenza, da parte di alcune forme di femminismo, a chiudersi in luoghi vissuti come templi: luoghi utili ad esplorare sé stesse e compiere viaggi di crescita nel profondo. È stata una tendenza foriera di pensiero e potenza, che ha però dimenticato di guardare all’esterno, a quelle figlie più giovani (come noi ad esempio) già afferrate dalla vita e da quei luoghi comuni di cui loro, le più grandi, si stavano lentamente spogliando.

Sono state entrambe le attitudini, le nostre e le loro, a far si che il passaggio di testimone non sia avvenuto. È stato a causa di questo mancato incontro che la loro Opera, in noi ragazze, non è stata percepita, e che le nuove donne di fine secolo siano finite vittime, spesso inconsapevoli, di quello stesso sistema che, sotto altre vesti, continuava comunque a condizionarle, riguardo al giusto modo di essere intelligenti, sensuali, appetibili, materne, mogli e in carriera al punto giusto.

Da un lato c’eravamo noi, inserite in un contesto sociale di provincia che aveva repentinamente ridicolizzato il passato più scomodo; noi, un gruppo di amiche in lotta contro i luoghi comuni e quei ragazzi che non smettevano di attrarci, nonostante il loro continuo e odioso ricorso a categorie che pure tentavamo di rifiutare.

Dall’altro c’erano loro, le donne che ci avevano precedute, affamate quanto noi di riscattarsi dai ruoli in cui si sentivano intrappolate; donne in crescita collettiva, robuste nell’unione e unite per trasformarsi in altro, per liberarsi, evolversi, studiare, applicare i moti che in quegli anni sovvertivano il mondo, a dinamiche utili a sé stesse, alle relazioni, alla famiglia, alla maternità. Meno al lavoro, mi sembra.

Negli anni 80, in certi ambienti, la tensione alla carriera appariva meno determinante rispetto a ciò che accadde dopo, anche perché le rivoluzioni, se sono autentiche e durature, cominciano sempre dal privato, dal domestico in cui siamo immerse, dall’immagine che ci offre lo specchio ogni mattina.

È lì, nell’immagine che lo specchio offre alla nostra capacità di accettazione, che si misurano i cambiamenti veri. Ed è solo lì che possiamo affermare con sicurezza che le categorie vecchie hanno lasciato il posto a qualcosa di nuovo, di inedito, di migliore. Ma a guardare la parabola discendente del corpo femminile e l’uso sguaiato che ne fa la tv, che oso dire, senza tema di smentita, che molte di noi non hanno saputo diventare altro, anzi, ciò che siamo sembra perfino peggiorato.

Ma questo è un altro discorso, e magari lo riprenderemo più tardi.

Dunque, dicevamo che il passaggio di testimone non ci fu. Ed è vano ricercarne i motivi. Fatto sta che la mancata consegna dell’Opera femminile è avvenuta, e molte, come me, come noi, che si sono sentite un po’ figlie di quelle madri, hanno dimenticato di cercare il messaggio, non interessandosi a dove stesse andando il femminismo, gli studi, le esperienze, le analisi.

Un gap contenutistico? Forse.

Fatto sta che la parte di mondo nella cui ombra sentivamo di abitare, non ci ha insegnato nulla di applicabile alla nostra esistenza, non ci ha invitato ad entrare e noi non abbiamo visto la porta, spostandoci altrove, laddove i nostri anni ci hanno portato, finendo per attraversare i decenni successivi dentro costruzioni sociali e modelli che hanno continuato a trovarci estranee.

Chiedo scusa se ho utilizzato i miei occhi di ragazzina per parlare di un momento storico. E chiedo scusa se ho usato il plurale per descrivere il mio sentire personale.

È un plurale che amo e che attiene alla certezza di non essere stata una, ma tante, in anni importanti della mia vita. È come se utilizzandolo mi fossi presa il lusso di non sentirmi di nuovo sola, come ora invece mi sento, di dare fondamenta e un sigillo di realtà a un’identità collettiva, dentro cui sono stata felicemente immersa.

È stato splendido essere un noi. Ha significato condividere timori profondi, gioie inesplorate, sentire dentro il coraggio di affrontare il mondo e la nostra singolarità, che non tendeva a conformarsi, proprio perché trovava un luogo di accettazione al nostro interno, un luogo in cui sentirsi al posto giusto e perfette, così come eravamo.

Il conformismo si è innestato dopo, nelle pieghe della solitudine che ci ha trovato impreparate, nella constatazione dei valori immutati di un mondo che restava sé stesso, nonostante la certezza adolescenziale che qualcosa, anche grazie ai nostri irrilevanti gesti, che sentivamo di compiere insieme ai coetanei di più parti del mondo, sarebbe stato compiuto.

La solitudine è quella da cui scrivo. E forse c’è sempre stata, anche quando ero sicura di non essere una.

Chiedo dunque scusa di avere usato il plurale. È chiaro che parlo solo di me, ed è evidente che nessuna potrebbe riconoscersi nel mio individuale sguardo sulle cose.

Nello scrivere, passo ora al singolare, perché la fase che precede i diciott’anni è trascorsa e con lei, la certezza di essere in tante.

Passaggio doloroso ma inevitabile e significa tante cose.

Nel mio caso ha significato sotterrare la differenza, smettere di difendere la mia anima, calpestarla, deriderla, ridurla, provarci almeno, mentre lei, incattivita, diventava sempre più forte, enorme, invadente, cattiva, eppure malandata, irrilevante.

È una lotta quotidiana che porto avanti da anni. Una lotta di cui sfuggono i contorni e di cui è complicato riconoscere i contendenti.

La mia anima messa a tacere, quella parte che ho tentato di accantonare continua a gridare. Lo fa ogni giorno. È una lotta estenuante in cui lei ha la meglio, col risultato di farmi sentire schiacciata sotto un peso che mi rende incapace di stare alla stessa altezza della realtà. È un circolo vizioso e crudele che potrà forse essere interrotto solo quando, forse e se, le due parti si congiungeranno. Quando la differenza che negli anni della giovinezza mostrava sé stessa come una bandiera, riuscirà ad affermarsi e diventare fertile.

È anche per questo che scrivo. Nella speranza di darle spazio e trovare una pace che da decenni mi sfugge.

Riassumendo, vado col singolare e ritorno al mancato passaggio di testimone, rappresentato da un fertile incontro tra generazioni diverse di donne, un incontro che sarebbe dovuto diventare quella che alcune chiamano coppia creativa simbolica madre-figlia.

Fu in quell’assenza, in quel mancato passaggio, che la parola femminismo fu data in pasto a chi, più o meno sbadatamente, la utilizzava.

Mentre le donne, in quelle stanze private vissute come templi, costruivano un loro linguaggio, perfezionandolo fino a farlo diventare inaccessibile alle masse, la parola nativa, da cui iniziava la loro storia, fu fagocitata dai poteri forti e da quella inerzia al cambiamento di cui ho parlato sopra. Col risultato che la porta di accesso ad un mondo di conoscenze che sarebbe servito, e ancora servirebbe, a moltitudini di donne in lotta con la loro parte avversa, si fece invisibile, separando i mondi e le possibilità di incontro, che divennero abissali e, per molte, incolmabili.

La parola femminismo perse dunque potenza. E paragonando la società a un condominio, fu come se entrando fossero visibili tutte le porte tranne una. Fino a quando, col tempo, altre porte si fecero più spaziose, invitanti e apparentemente più agevoli delle altre.

Molte donne vi entrarono, finendo inglobate in una casa di cui non possedevano gli strumenti per riconoscerne i contorni. Una casa che oggi le vede complici appagate dal potere, sorelle di un universo simbolico che le depotenzia, rimpicciolisce la differenza di cui sarebbero portatrici, volgarizza il corpo, lo utilizza, lo costringe, insegna la vergogna per i segni del naturale scorrere del tempo.

La differenza individuale ha smesso di farsi riconoscibile, lasciando posto ad un vago senso di inadeguatezza per ciò che non sappiamo nominare e che presto finiamo per negare.

Il progetto di demolizione di una parola, alla fine, è riuscito. In quella porta nascosta la maggioranza delle donne non ha potuto entrare. E grandi volumi di pensiero femminile sono diventati invisibili alle non addette ai lavori, e ora rischiano di perdersi, col trascorrere del tempo.

Il lavoro che mi accingo a fare è dunque di archiviazione, conservazione e divulgazione di una singolarità.

Il mio oggetto di studio è un cuore e una mente, quelli di Mariagrazia Napolitano, (che d’ora in poi chiamerò MGR) feconda e preziosa pensatrice che, nonostante l’indiscusso valore delle sue analisi e delle sue ricerche, non ha scritto libri da consegnare a chi la seguirà.

MGR e i suoi studi, la sua infinita conoscenza di un universo femminile a cui non smette mai di guardare, sono stati la fontana a cui mi sono abbeverata per settimane.

La sua casa, dentro cui abbiamo lavorato, emana bellezza e serenità. E non solo perché è un luogo costruito su solide possibilità economiche, come sarebbe facile pensare. Sulla sua casa aleggia uno degli ordini di senso dentro cui lei, sin dall’inizio, si è ripromessa di abitare: quello dell’amore autentico che l’ha condotta a cambiamenti e scelte, viaggi nel profondo e a una nuova nascita, di cui parlerò nelle pagine seguenti.

Parlare con lei ha messo ordine nei miei disordini, pur sapendo che è un lavoro da riprendere ogni giorno, un impegno infinito e molteplice. La luce che la abita e che le consente di guardare alla realtà da un punto di osservazione duale, che resta fermo nonostante i sobbalzi a cui il cuore la espone, mi piacerebbe fosse offerta a tutte, coltivata, insegnata.

Essere utile alle altre, del resto, è uno dei motivi che ha spinto lei ad aprire il Centro di Ricerca e Documentazione Donna in cui ha operato per anni. Ne parlerò ampiamente, certo. Ma è nella scia di quello stesso anelito, che fu suo già dagli anni 70, che oggi vorrei inserirmi io.

Così come le lunghissime conversazioni con lei sono state utili a me e alla mia vita, più di testi tecnici e di difficile lettura sulla psiche e il negativo femminile, così vorrei che le sue parole fossero necessarie anche alle altre, a quelle che nascondono il dolore sotto il tappeto e non riescono del tutto, nonostante i continui sforzi, a conformarsi al pensiero dominante.

Il femminismo è stato tante cose e io non ho la presunzione di riuscire a rappresentarne tutte le anime. Ma il lavoro sul femminile di MGR ha una sua specificità dalla mole immensa, una specificità che, con la dovuta modestia, mi propongo di divulgare.

Così come lei negli anni del Centro, anche io sogno di riuscire a porgere alle altre (alle amiche sconosciute che soffrono di una difficile accettazione di sé, di disturbi alimentari, di decostruzioni infinitesimali di identità, di sottomissioni involontarie, di incapacità di distinguere il proprio bene dal proprio male, e di tutte le infinite declinazioni in cui il dolore femminile sa manifestarsi) il sapiente pensiero di MGR, che ci riguarda tutte.

Sull’animo femminile di cui solo la chiesa e la psicanalisi sembrano amministrare i contorni, come bene afferma MGR, si può dire qualcosa in più. Si può schiudere quella porta che alla maggioranza di noi è rimasta chiusa, per ricominciare a guardarsi e fare pensiero, coltivando sé stesse e prendendo possesso di una chiave che speriamo consenta di vivere diversamente il proprio corpo e i sentimenti più profondi, quelli che noi stesse mettiamo da parte.

Nel Centro che MGR ha tenuto in piedi per anni, le amiche si sono riunite a lungo, confrontandosi in religioso silenzio di fronte alla libera espressione l’una dell’altra.

Così come gli indiani d’America utilizzavano il Bastone della Parola, per organizzare il fluire della discussione nei clan senza interrompersi, consentendo a tutti la pacifica espressione di sé, così le donne del Centro di MGR si ascoltavano rispettose, contemplando il proprio dolore, come i cattolici fanno da secoli di fronte alla croce.

La ricerca del divino femminile e gli studi sulla civiltà della Dea che ne sono seguiti, sono partiti anche da qui, dalla constatazione di un sentire sepolto, privo di voce, e di una mistica che da sempre parla solo al maschile, impedendo di fatto alle donne di trovare sé stesse in testi, simboli e scritture che descrivono le società degli uomini dopo Cristo, quelle in cui l’apporto femminile all’interpretazione del mondo è stato silenziato e archiviato senza il loro consenso.

Nel Centro, dunque, le donne si sono ascoltate, hanno studiato, vissuto, elaborato il dolore a cui una certa negazione delle loro istanze più profonde le esponeva. Hanno cercato di comprendere e produrre pensiero, fare gruppo, stare insieme, consolidarsi nel profondo, viaggiando in luoghi dell’anima inesplorati che sarebbero una ricchezza immensa se solo i temi di questi lavori interni fossero stati resi pubblici, semplificati, divulgati, offerti alle altre che, come noi ragazzine dei primi anni 80, avrebbero avuto bisogno di sentieri visibili per elaborare ciò che sentivamo di poter essere.

Pochi anni fa ho scritto un breve racconto, si chiama Tommy, e descriveva sommariamente il dolore che mi abita.

È un dolore a cui non dò il permesso di uscire e che spingo fuori, allontano e nego, così come allontano e nego quella parte della mia anima che da tempo ho smesso di difendere e che con i lunghissimi dialoghi con MGR sta lentamente trovando un luogo, un conforto, uno spazio amico in cui le è consentito affacciarsi, per avere una carezza e sentire che potrebbe rappresentare altro, se solo io le consentissi di esistere.

L’irrilevante Tommy del mio racconto, che talvolta è servito a me e MGR per partire da noi, dal Non Essere, da quel dolore femminile che mettiamo sotto il tappeto e che alcuni chiamano sommariamente fragilità, depressione, sbalzi ormonali o cattivo carattere, ho scoperto con lei essere molto altro.

Ho scoperto che oltre allo sbocco nella preghiera o nella psicanalisi, il sentire femminile può essere ri-affrontato insieme, in una modalità più sapiente e matura rispetto a quella istintuale che mettevamo in atto da ragazzine, nelle nostre lunghe notti trascorse a chiacchierare.

Ho scoperto che nelle nostre notti giovanili, che sono poi le notti di tutte le donne, è nascosto un inedito che andrebbe praticato anche negli anni a seguire. E soprattutto ho imparato che il mio minuscolo e irrilevante Tommy abita nel cuore di tante altre, e che nella crescita della sua statura è nascosto il segreto della mia-nostra serenità.

Ah, dimenticavo!

Con MGR ho avuto conferma che il silenzio è una forma di conoscenza piena. Ho sempre amato ascoltare e so che nell’ascolto si apprende più che nel parlare di sé.

È una cosa che mi è congeniale.

Con MGR però ho compreso che fare silenzio sull’operato dell’altro, vuol dire lasciarlo libero di Essere. Senza pregiudizi né censure, l’altro si offrirà a noi in tutta la sua interezza, facendo della relazione un processo di crescita e di svelamento per entrambi. Un’epifania nata dal silenzio.

È un pensiero grande che io ho rimpicciolito e utilizzato per la crescita dei miei figli.

MGR è così. Una infinita fonte di sapienza che ognuna di noi può utilizzare per scrutare le cose del cielo o trovare soluzioni ai minuscoli affanni quotidiani.

Mi ha fatto riflettere sul valore del precetto genitoriale e sulla instaurazione stabile di un doppio interno a noi stesse, necessario a donarci credibilità autoindotta ai mille affanni quotidiani. Con lei ho pensato allo sguardo attivo da tenere sul mondo e a quel Negativo che non ci hanno insegnato ad abbracciare, relegandolo completamente all’agire maschile.

MGR mi ha mostrato la Madonna nera, che alcuni dei nostri uomini da anni raggiungono in un pellegrinaggio chiamato la Cavalcata dell’Incoronata, e aperto uno dei tanti mondi sul divino femminile. Mi ha fatto ragionare sulla possibile utilità del mettere i figli al secondo posto e sull’importanza di autorizzarsi come fonte di giudizio.

Autorizzarsi. Ci ho pensato molto, scoprendo limiti inconsci su cui non riuscivo a procedere, non avendo riconosciuto i limiti che mi ostacolavano in tal senso.

La sua laurea in materie scientifiche, mi ha poi mostrato come elettroni e protoni concorrano a stabilire la giusta distanza che precede la creazione cosmica e quanto questo sia applicabile alla nostra crescita personale. Ho imparato che la partenogenesi appartiene a tutte, e che non si tratta altro che di un passo in avanti che procede per illuminazioni e atti di coraggio, necessari se si vuol acquisire autorevolezza personale.

E ho conosciuto virtualmente tante donne, che l’hanno accompagnata nel suo viaggio chiamato vita: pensatrici, filosofe, docenti, compagne, di una vita che si impara a leggere solo se si considera la sua piena e doppia esistenza, quella visibile e l’altra invisibile. E infine, ho sentito sulla mia pelle, che l’instaurarsi simbolico della coppia creatrice madre-figlia rende fertili, pacificate e accessibili.

Una coppia creatrice che io, ho la grande gioia di aver vissuto con MGR.

Modesta Raimondi

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Un commento su “Ricerca e perdita della differenza”

  1. Testo commovente. Mi succede di rimanere commossa ogni volta che una donna prende la parola per s-velarsi e, grazie alla sua parola, la storia di tutte, l’esistenza di ciascuna e il tessuto di relazione tra noi acquistano nuovo senso e nuova luce. Grazie

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