Accademia della Spiritualità

di Nadia Lucchesi

Le tre registrazioni che qui potete ascoltare sono i contributi di Luciana Percovich, Nadia Lucchesi e Annarosa Buttarelli, all’interno della prima Accademia della Spiritualità Femminile, che si è realizzata a Roma, presso la Galleria Nazionale d’Arte moderna e contemporanea, nei giorni 8 e 9 ottobre 2018.

 

In ebraico e in aramaico la parola Spirito (Ruah, Ruach) e la parola Sapienza (Chokhmah o Dahat) sono grammaticalmente femminili e posso­no essere usate in modo intercambiabile, non solo tra di loro, ma anche colla nozione ebraica di Shekinah, la presenza di Dio. Si sottolinea così la dimensione “concreta” di questa forza divina, che ha consistenza d’aria, di fiato, di vento: è ciò che dà vita, come aria; dà forza, come fiato; dà spinta, movimento e orienta­mento, come vento.

 

Spirare e respirare hanno un’unica radice: coltivare il respiro significa stare legate-i al corpo, intuirne le potenzialità, la capacità di far sì che si manifesti nella storia un’energia che si colloca su un piano superiore ai meccanismi, alle relazioni di causa-effetto. Manca tuttavia ancora oggi la consapevolezza di questa forza che ci accompagna, chiusi come siamo, donne e soprattutto uomini, dentro la gabbia di un pensiero dominante che ci insegna a separare lo spirito dalla carne, l’anima dal corpo, la materia dal logos, l’azione dal pensiero. E’ il risultato di una visione della realtà e della condizione umana, frutto di una percezione unilaterale, solo maschile, del mondo e di sé.

 

Da sempre invece esiste una forma di conoscenza che ci libera, donne e uomini, da pregiudizi e ostacoli e ci consente di stare con maggiore agio con noi stesse, noi stessi, e in relazione con l’altra, l’altro e il mondo. Infatti si tratta di un sapere che ha una dimensione politica, nel senso più alto del termine, e che ci guida verso una trasformazione profonda.

 

Per recuperare questa sapienza occultata e dimenticata, collegata alla capacità soprattutto femminile di tenere conto della complessità, è necessario tornare alle nostre radici, attraverso un percorso di consapevolezza e comprensione che, a partire dalle civiltà che hanno preceduto il dominio patriarcale, ci conduce fino ai nostri giorni. Perché il passato torni a nutrire il presente e ci aiuti a guadagnare un piano più alto, dal quale interpretare le dinamiche (culturali, sociali, economiche, religiose,..) che contaddistinguono il nostro tempo e ad avviare finalmente una conversione profonda nei modi di pensare e di agire.

 

Per una differente trinità

Sono cresciuta dentro i perimetri di un’etica definita ufficialmente dalla religione cattolica, i cui fondamenti ho appreso quando ero ancora molto piccola. Ad essi ho dato credito con fiducia e assoluta adesione, sostenuta dall’ambiente familiare, del quale, tuttavia, non mi sfuggivano le incongruenze. La nonna e la zia paterne erano devotissime, l’ultima ancora lo è a 95 anni, e frequentavano con assiduità la chiesa, ma nessuna delle donne della cerchia materna, in primis proprio mia madre, vi metteva mai piede, se non in occasioni assolutamente eccezionali. Tuttavia la madre di mia madre ostentava una sua personale devozione, di cui erano emblemi altarini e immagini disseminate per casa, per papa Giovanni XXIII, che era stato anche patriarca della nostra Venezia.

 

Mia nonna sosteneva che per lei andare a Messa era dannoso per la salute, sia perché l’odore dell’incenso la faceva star male sia perché la vista delle tante donne in posizione di totale subordinazione al parroco e ai suoi aiutanti le provocavano attacchi d’ira e di sdegno.

 

Gli uomini di casa erano misteriosamente indifferenti alla religione ufficiale e alle scelte individuali delle donne che li circondavano: solo a Natale mio padre amava accompagnarci alla Messa di mezzanotte, durante la quale io, diventata un po’ più grande, cantavo con il coro di adulti e bambini.

 

Diventata adolescente, ho cominciato ad avvertire un disagio crescente, e mi sono ritrovata ansiosa di proiettarmi in un mondo di conclamate libertà. Così ho deciso in piena autonomia, ma non senza una profonda sofferenza interiore, di allontanarmi dalla Chiesa.

 

Oggi sono una donna che non ha smesso mai di farsi interrogare dal senso profondamente misogino della cultura dominante ancora oggi, pur nelle sue rinnovate vesti. La propensione a valutare la realtà a partire dalla mia soggettività femminile è il risultato della forza e della fermezza che le donne della mia famiglia mi hanno trasmesso, in particolare mia nonna e mia madre. Anche se spesso con loro ho vissuto momenti di conflitto e di incomprensione, mai mi è stata inculcata l’idea che il mio essere una bambina, una ragazza, una donna, potesse essere un disvalore, un intralcio, una condanna. Il femminismo ha fatto il resto, benché io mi sia avvicinata con entusiasmo solo a quello non rivendicativo, quando ho incontrato il pensiero della differenza sessuale. Da lì è cominciato un viaggio che ancora non si conclude, un lavoro incessante sul simbolico che ci permea e ci determina, spesse volte senza che ce ne rendiamo conto.

 

Ho dedicato più di vent’anni della mia vita ad analizzare le figure di Maria prima e di Anna poi: la madre e la nonna di Gesù mi sono apparse sotto una luce nuova dal momento che le ho messe in relazione tra loro e ho cercato di ricostruire lo spessore millenario della loro potenza simbolica. Non ho dimenticato Gesù, frutto del ventre e della mente di Maria, inserito in una genealogia femminile impossibile da ignorare anche nella cultura androcentrica che ne ha fatto sparire la forza generativa e creatrice.

 

Non è per caso che la Chiesa ha sostituito quella primigenia trinità, di carne e spirito, con l’astratta concezione di una triade tutta maschile di Padre, Figlio e Spirito Santo, elaborata con pertinacia e determinazione fin dai primi secoli dell’epoca cristiana da teologi e filosofi. E non è per caso che oggi quella trinità sia misteriosamente tornata alla ribalta e sia divenuta uno dei temi d’elezione di molti pensatori, non necessariamente credenti.

 

Così mi sono riproposta di scavare più a fondo per mostrare come, quando, perché e dove l’idea della relazione trinitaria sia nata e come oggi sia articolata, con quali scopi, più o meno palesi.

 

Il punto da cui sono partita è il dogma trinitario elaborato dal Cristianesimo, uno dei più misteriosi, la cui natura è stata oggetto di dibattito costante fin dai primi primi secoli dopo la morte di Cristo. In realtà, ci sono voluti secoli e clamorose fratture, come quella con la Chiesa di Costantinopoli, per pervenire ad una dottrina trinitaria, i cui elementi concettuali sono mutuati dalla filosofia greca classica, dallo stoicismo, dal neo-platonismo, dal linguaggio giuridico della tradizione latina. Ma i nodi non sono sciolti a tutt’oggi e tutto il secolo appena trascorso è attraversato da un interesse straordinario per questo dogma misterioso e intrinsecamente contraddittorio, all’interno di una religione monoteista.

 

Il passo successivo della mia ricerca è stato quello di concentrarmi sulle teologie trinitarie del Novecento, concentrandomi soprattutto sull’interpretazione che le donne, in particolare teologhe e filosofe, hanno dato della Trinità confrontandosi con le più accreditate teorie dei loro colleghi maschi.

 

Mi è apparso subito chiaro il legame tra queste nostre contemporanee e le loro più lontane “madri” spirituali, che da Roswitha di Gandersheim fino alle soglie dell’epoca moderna hanno ricostruito, nelle loro esperienze mistiche, visionarie e profetiche, una concezione della Trinità sperimentale e sensibile, in cui l’elemento femminile, del tutto assente dalla dottrina ufficiale, ne diventa pilastro e sostegno.

 

La consapevolezza di questa tradizione non canonica e spesso considerata eretica e pericolosa dalla Chiesa ufficiale mi ha indotto finalmente a confrontarmi con le concezioni precedenti non solo il Cristianesimo, ma tutte le religioni di genealogia maschile e patriarcale, nelle quali il femminile divino si presentava proprio nella forma trinitaria. Non ho ancora concluso tutto il mio lavoro, che è ancora orientato dalla percezione di una differente trinità, quella che ho vista in atto nella relazione tra Anna, Maria e Gesù: spero di arrivare presto non alla fine del mio percorso, perché all’infinito mistero di ciò che mi circonda io non posso accedere, ma di contribuire a portare un’altra piccola luce sulla strada di quante e quanti, in un risveglio di coscienze, vogliano nutrirsi di una sapienza più antica di quella consegnataci dalla tradizione finora dominante, tutta centrata su una visione androcentrica del mondo, visibile e invisibile. La questione trinitaria è oggi uno di quei nodi che si tenta, soprattutto da parte maschile, di sciogliere con la spada, eliminando in un colpo solo il problema e la complessa rete di significati cui esso rimanda. Io sono convinta che questa rete sia stata tessuta nei migliaia di anni in cui la capacità femminile di governare e di ordinare la realtà era punto di riferimento per tutte e per tutti, in una civiltà che ancora non conosceva la guerra, la sopraffazione organizzata, il dominio di un sesso sull’altro. La dimensione trinitaria è anche una problematica che investe non solo i rapporti tra le diverse chiese cristiane, ma anche quelli con il mondo islamico e le sue differenti interpretazioni della parola di Maometto. Riappropriarsi della ricchezza simbolica che ci viene dal pensiero delle donne, del passato e del presente, è il primo passo per guadagnare a favore di tutta l’umanità una percezione della realtà in armonia con la complessità, la profondità e la bellezza dell’universo intero.

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