Le radici del Sacro sono nei corpi di donna delle nostre oscure antenate: affondano nella profondità del tempo, ricoperte d’oblio forzato e da strati di macerie e sfruttamento. Riportarle alla luce significa uscire dal vicolo cieco dello sguardo dominante, liberare energie compresse e congelate, svelare gli inganni, osare immaginare nel presente un orizzonte possibile di una diversa civiltà.

Radici

Mettersi nell’atteggiamento di ricerca delle proprie radici più profonde è un gesto  di riconoscimento e di amore verso la madre-terra che ci ha generato e nutrito, e di speranza attiva verso il futuro.
Un atteggiamento urgente nel momento in cui la nostra “civiltà”, la civiltà dei “padri-padroni”, mostra drammaticamente di non avere la capacità né la volontà necessarie per uscire dall’osceno degrado provocato dallo sfruttamento indiscriminato della natura, della terra, delle acque e di tutte le creature senzienti.

Sradicate/i come oggi per la maggior parte siamo, galleggiamo su un mare di problemi e difficoltà, sia materiali che dell’anima.

L’archeologa Marija Gimbutas, di cui quest’anno ricorrono venti anni dalla morte, che ha riportato alla luce un modello di civiltà equilibrato e pacifico che precedette durante il Neolitico – in tutta Europa – le cosiddette civiltà storiche, ha scritto nel suo ultimo libro La civiltà della dea:

“Con quest’opera intendo riportare alla nostra coscienza aspetti della preistoria europea rimasti nell’ombra o semplicemente non abbastanza metabolizzati a livello paneuropeo. L’acquisizione di tale materiale potrebbe finalmente modificare la nostra visione del passato, nonché la nostra percezione delle potenzialità del presente e del futuro.

L’uso del termine civiltà richiede un approfondimento. Secondo le ipotesi degli archeologi e degli storici la civiltà implica un’organizzazione politica e religiosa di tipo gerarchico, un’economia bellica, una stratificazione sociale e una divisione complessa del lavoro. Questo modello è infatti tipico delle società androcratiche (dominate dall’uomo) come quella indoeuropea, ma non si applica alle culture ginocentriche (centrate intorno alla donna e alla madre) descritte in questo libro.

Il Neolitico europeo non è stato un tempo ‘prima della Civiltà’ … ma una vera e propria civiltà nella migliore accezione del termine”.

Se il compito che ci troviamo davanti a livello globale è dunque quello di immaginare forme di aggregazione familiare e sociale in grado di continuare e portare avanti – invece che ostacolare – la creazione, è a livello locale che possiamo e dobbiamo prima di tutto mutare lo sguardo con cui passivamente guardiamo il degrado che ci succede intorno e cercare poi di ri-imparare il rispetto e la cura per la terra che ci sostiene.

Un passo indispensabile in questa direzione sta nel conoscere ciò che ci circonda, ciò che è stato prima di questa “civiltà” – che non è né unica né l’unica possibile – e nell’abbandonare lo sguardo utilitarista sulla natura che ci ha portato fin qui.

In questo primo ciclo di incontri, abbiamo incontrato Adele Campanelli, archeologa e profonda conoscitrice di queste montagne. Più volte ha scritto e mostrato (in mostre come quella della Civitella di Chieti, Fortuna e Prosperità, del 2006) attraverso l’esame dei reperti dei suoi scavi, degli oggetti di culto e di lavoro, di statue e statuette, come le caratteristiche delle forme di culto e delle divinità arcaiche d’Abruzzo appartengano a pieno titolo al mondo delle Potnie mediterranee, ossia delle Signore delle Piante e degli Animali Selvatici, che furono le guardiane simboliche della sapienza e della civiltà che precedette le guerrafondaie culture di Greci e Romani.

Una civiltà che nel neolitico si estendeva da Gibilterra alla vallata dell’Indo, come ha mostrato un’altra preziosa studiosa italiana, Momolina Marconi.

Profonde conoscitrici delle virtù delle piante e degli animali, Maia, Angizia, Mefite, Feronia e tante altre custodivano e amministravano salute e prosperità dei popoli che dimorarono su questi monti e altipiani.

Abbiamo poi invitato Silvano Agostini e Vincenzo D’Ercole per continuare ad aggiornare le conoscenze dei luoghi e delle culture di cui siamo parte, col desiderio di collocarle dentro una prospettiva più vasta, che non ha confini se non la circonferenza della terra, perché quanto succede qui non è poi tanto diverso da quanto succede altrove.

Vogliamo pensare globalmente ma con i piedi che affondano qua dove siamo, per trarre nutrimento e insegnamento dalla terra.

Riconnetterci alle nostre radici non significa, infatti, agire in una dimensione campanilistica o regionalistica, ma piuttosto riacquistare il senso dell’interconnessione di tutte e tutti con tutto il pianeta.

E ridare senso profondo a tutti i gesti che compiamo, o non compiamo, nel quotidiano, perché ogni scelta che facciamo momento per momento influisce sul resto del mondo e indirizza in un senso o nell’altro il comune futuro.

(scritto per Le Majellane, Pescara, aprile 2014)

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