Tommy, o il Piccolo Invisibile

di Modesta Raimondi

Tommy era Invisibile. Non sapeva perché ad un certo punto della sua vita si fosse trovato ad essere così.
Aveva sempre amato le moltitudini e in esse si era distinto. Ma ad un certo punto, fu come se ogni essere umano vivente gli si allontanasse di chilometri.
Cominciò dapprima ad ammalarsi (nessuno sa se prima, dopo o a causa dei silenzi) e nel lungo arco di tempo che ne seguì, la sua voce gradualmente sparì.
All’inizio si trattò di un’insolita laringite, talmente forte che il solo pensiero di emettere un suono lo terrorizzava all’idea del male che ne sarebbe seguito. In seguito, con l’intensificarsi del fenomeno, ogni possibilità di espressione svanì.
Dapprima fu come un sollievo.
Ricordava bene le sofferte file dietro agli altri e la paura di ascoltare quel suono orrendo che pure gli apparteneva e che usciva dalle sue labbra. Ma alla fine, quando ogni moto in lui si spense, prese ad abitare nel rimorso e nella nostalgia, vittima di un corpo passivo e inerme, che a nulla poteva giovargli.
Ma come cominciò tutto?

Provava a ricercarne i suoni nella memoria…ma nulla, nessun ricordo, né bello né brutto, gli si faceva incontro.
Solo una cosa gli appariva, lontana: l’immagine di qualcosa di grosso che incombeva minaccioso mentre lui era disteso.
Lo aveva scoperto per caso, un pomeriggio primaverile di tanti anni fa, durante un insolito gioco tra amici.
Se ne stava steso in quel buio, che la allegra compagnia aveva ben predisposto per creare quell’aria di mistero tanto necessaria alla buona riuscita del gioco e Zac! qualcosa di folle lo aveva colpito. Qualcosa di spaventoso e folle. Tanto che, prima di esserne consapevole, aveva udito la sua voce gridare versi incomprensibili e la sua schiena sollevarsi dal suolo, dimenandosi per tentare la fuga.
La forza che lo muoveva era vitale e vigorosa, ma Tommy ugualmente non riuscì a spostarsi di molto, limitandosi ad urlare e contorcersi di fronte a qualcosa che (come ben presto scopri) lui solo aveva immaginato.
Intorno ogni cosa tacque. Gli amici rallentarono e qualcuno tra loro, più rapido degli altri, accese la luce.
In quello stesso istante l’ombra cattiva nemica di Tommy sparì, lasciandolo sgomento e incerto. Confuso, per quanto fosse successo.
Fu solo una delle prime occasioni in cui la paura si concretizzò, ricordandogli che si, c’era davvero qualcosa da temere, non solo di notte, durante gli incubi, ma anche di giorno, nel bel mezzo di un gioco tra amici.
Nulla.
Dopo di questo non accadde nulla. La sua vita andava in avanti come un nulla di preordinato. Perché ogni cosa da sempre era nelle sue mani. E lui, d’altronde, non ebbe modo di accorgersene.
Ma lo spazio che il suo corpo occupava prese a diminuire sempre più. Ma anche così tutto fu normale.
Fino al giorno in cui a causa di un malanno di stagione, Tommy fu costretto a letto per diversi giorni.
Lentamente l’aria nella sua stanza prese ad insediare uno spazio più stretto, la vista gli si accorciò e il suo corpo parve accettare quella strana posa immobile.
Accadde però che, una volta guarito, la strada all’esterno della sua abitazione, gli parve troppo lunga per le sue povere gambe e la gente troppo alta rispetto alla sua statura.
“È quello che accade quando ci si guarda troppo l’ombelico” lo rimproveravano gli altri che ancora lo scorgevano. “Smetti di pensarci e continua”.
Ma per Tommy tutto questo non fu affatto possibile. La prestanza dei suoi arti era ormai compromessa.
Provò con spazi più angusti, con luoghi ridotti, in cui l’ossigeno fosse inferiore e non occorresse eccessiva fatica per farsi largo.
Provò in locali di ritrovo chiusi e meno ampi, poi stretti, poi sempre più stretti…ma nulla. Il suo corpo non ci stava.
Il suo corpo non ci stava più, in nessun luogo.
Non c’era più un luogo in cui egli potesse esistere senza compromettere la propria stabilità.
Il fatto fu che la sua irreversibile riduzione aveva trasformato ogni posto del mondo in un luogo troppo grande per le sue misere forze.
Dalle finestre guardava le vite degli altri, senza neanche più desiderare di parteciparvi. Il mondo non era a sua misura, semplicemente.
I pomeriggi erano lunghi, solitari, malinconici e protetti nella sua piccola abitazione.
A volte si gonfiava per avere l’impressione di estendersi, col risultato di sentirsi solo più impacciato. E questi erano i momenti peggiori.
Che bello, ricordava, quando era davvero Tommy! Quell’altro Tommy! Quello grande come gli altri. Quando era vivo, essenziale, lucente e leggero!
La gente era alla sua stessa altezza, la sua voce veniva ascoltata e nessuno aveva difficoltà a rispondergli.
In seguito a quella malattia, Tommy, non tornò mai più quello di prima.
Non solo la vista si accorciò, le gambe si indebolirono e i polmoni si sgonfiarono. Anche la sua statura gradualmente si ridusse. E poi il suo spessore, la sua consistenza umana.
Piccolo. Piccolo. Tommy oramai era sempre più piccolo.
Quanto aveva sbagliato quel primo giorno a rinunciare alle cure!
Quanto aveva sbagliato quel secondo giorno a non accogliere gli amici che erano accorsi intorno al suo corpo ammalato, mentre era ancora normale!
Quanto aveva sbagliato quel terzo giorno quando aveva indugiato a lungo dinanzi allo specchio!
Quanto aveva sbagliato quel quarto giorno a dare una seconda mandata alla Porta!
Aveva chiuso più forte la Porta e quella, per dispetto, si era trasformata, diventando troppo imponente e grande per lui, che inesorabilmente diventava piccolo, piccolo. Sempre e solo più piccolo.
Fu così che dopo le gambe, i polmoni, la vista e la statura anche la sua reattività agli impulsi si abbassò.
Fino a che smise del tutto di parlare, accontentandosi di stare sempre solo nella sua piccola camerina, in attesa di quella morte che avrebbe accolto con la stessa monotonia con la quale trascorreva le sue giornate.
Già.
Perché dopo i mesi di tristezza, giunse la rassegnazione che spingeva Tommy a mangiare, mangiare e mangiare a dismisura, sperando che la pesantezza del suo corpo si tramutasse in massa e dunque esercitasse un’attrazione in direzione del pianeta Terra, come aveva studiato a scuola, tempo addietro.
Ma il suo corpo restava piccolo piccolo e nessuna Attrazione Celeste lo invitava in direzione del pianeta Terra, né della Luna, né di nessun altro corpo stellare.
Ciò che pesava sempre più era solo il suo cuore, che piangeva piangeva e piangeva, prima piano, poi forte, poi fortissimo, poi forte, poi piano, infine pianissimo. Fino a che il suo pianto, ininterrotto e inconsolabile, si confuse con i rumori tipici di ogni casa e nessuno fu più in grado di ascoltarlo. Come fosse il brusio di un vecchio frigo sempre acceso.
E allora?
E allora cosa accadde a questo Piccolo Sfortunato che ebbe il solo grande torto di chiudere a due mandate la Porta ad una vita che, da quel momento, gli fu chiusa per sempre?
Nulla.
Fu questa la cosa più terribile.
Non accade mai più un bel Nulla.
E siccome nessuno lo riconosceva, nulla poteva accadergli, perché nella vita, si sa che ciò che accade, accade sempre e solo in compagnia degli altri.
Tommy ogni mattina si alzava, a pranzo e fuori orario si abbuffava, poi stava male e si stendeva, infine si rialzava, e ancora ci riprovava provava a cercare strade ancora più piccole, popolate da gente anch’essa più piccola.
Ma mai la trovò e nulla accadde. Tanto che Tommy restò per sempre Invisibile.
(primavera 2013 Manfredonia)

LA RIPROVA
Anche questa volta, era bastato un nulla a sparire, povero piccolo Tommy.
Era talmente piccolo che non gli sarebbe stato possibile comprendere che nessuna forma di elevazione o crescita erano ormai possibili.
Era un piccolo strano essere, di cui era impossibile, oramai, stabilire l’età.
Quando era nato? E chi lo sa!
Si sa soltanto che anche lui, come gli altri, era stato un bambino. Un bambino felice, oltretutto.
Aveva solo poche paure. Le buttava via perché sua padre insisteva ad insegnargli tutte le altre che non aveva, di continuo.

La paura della miseria, del dolore, dei cambiamenti, della malattia. La paura di esprimersi, di litigare, di avere un’opinione differente da quella degli altri.
Una volta, venne maltrattato da un adulto vicino di casa, immotivatamente, e suo padre si affrettò ad abbracciare il vicino, fraternizzando, per prendere posizione contro di lui.
Che lui fosse un tipo da tenere a distanza, Tommy, lo aveva capito da tempo. Sapeva di essere sbagliato e sgradevole. Fu anche per questo che gli venne così facile nascondersi in quelle stanze.
Ciò non toglie che anche lui, come tutti, abbia avuto momenti di autentica felicità. Una vita in comune con gli altri e parole importanti da riferire e custodire. Confidenze che gli avevano consentito di crescere, stagioni indimenticabili con gli amici. Si, gli amici. Anche lui ne aveva avuti quando il futuro era informe per tutti e anche lui, come gli altri, poteva sognare di raggiungere un posto nel mondo. O che nessuno tra loro lo cercasse davvero, così da tenersi per mano e fantasticare ridendo su quelle regressioni che la stagione estiva portava con sé.
Ridevano sulle parole studiate per anni che ora sfuggivano, ridevano del sonno che mancava, degli amori impossibili e sgangherati, per i baci, le carezze, gli incontri che partivano da loro e si irradiavano all’esterno, come se il piccolo mondo non bastasse alla insaziabile fame di vita che pulsava nei loro giovani corpi.
Per gli amici Tommy, quando li aveva ancora, era un tipo simpatico. Era accettato e benvoluto, amato anche, ma solo da quelli più anticonformisti, che non tremavano nello scorgere in lui quella stranezza che ben si sarebbe manifestata in seguito.
C’erano pranzi in casa durante le assenze dei genitori e c’erano i genitori che trattavano tutti come figli in comune. Genitori che non avrebbero memorizzato mai più i nomi di altri amici che quelli.
C’era la raccolta delle more, le torte fatte in casa e i bigliettini scritti a mano sui tovagliolini dei pub. Circolavano come merce preziosa ed erano importanti per ristabilire relazioni, chiarire legami, rinunciare alle illusioni.
Andavano al mare di continuo, si stendevano sui sassi e diventavano carbone. Non pagavano i biglietti e non avevano denaro, solo libri da studiare e promesse da mantenere.
Erano liberi dalle immagini che la tv oggi propone. Erano se stessi e singolari, ognuno con la propria narrazione e i suoi difetti, i nasi, i corpi, il seno, le labbra.
Anche Tommy era stato vivo e non sarebbe stata pensabile la totale dissoluzione che lentamente lo consumò.
I primi segni si manifestarono quando la vita da studente stava per terminare e lo smarrimento di non avere un luogo in cui recarsi, lentamente, si faceva strada.
Tommy chiamava suo padre da una cabina telefonica, uscendo di sera tardi, senza paura. “Non ce la farò mai”, diceva. “So che non riuscirò. È sicuro, lo sento”.
Cercava lo stesso conforto che il suo corpo scacciava. Nessuna parola buona riusciva ad entrare, vedeva chiaro solo la fine. C’era poco da fare.
Usciva in strada e telefonava e quando anche gli altri si avvicinarono alla fine degli studi, la sua strada lentamente deviò.
Sapeva che era finita e che nulla lo avrebbe congiunto a loro né ad altri.
Intravide quel muro che stava ancora distante ma che già lo chiamava ad avvicinarsi a sé.
Giocò ancora a lungo. Sbaglio di continuo, non vide sentieri, né rifugi o autostrade. Stava violentemente nel mezzo. Restò solo in strada mentre tutti rincasavano.
Rincasavano costruendo un futuro che sentivano come necessario, mettevano su mattoni, accettavano compromessi, rinunciavano agli istinti, prendevano equilibrio, piantavano semi e vedevano nascere fiori.
Tommy niente. Incontrò indecisi come lui, uomini senza rotta e donne segnate dal lutto e dalla fatica.
Il fiato lentamente si accorciava. Rinunciò al caffè e soffriva ai risvegli.
Sbaglio rotta, prese strane strade, guardò il volto di chi gli stava accanto, e non riconobbe nulla di familiare.
Diventò una cosa e imparò a lanciare via sé stesso, aspettando a distanza che il breve volo finisse.
Le menti degli altri apponevano buchi sul suo corpo, mettevano vermi nella sua mente e solo la stanza con i muri gli dava un po’ di pace.
Imparò che la solitudine guarisce e prese ad affezionarvisi.
Solo con qualcuno, solo con gli anziani, solo con chi non vedeva l’ora che lui andasse via.
Ma gli invadevano di continuo la stanza, mostrando insofferenza verso la sua vita che era in ritardo su tutte le questioni importanti.
Finì che se ne andò.
Trovo qualche gentile e cambiò stanza.
Furono attimi di comunione, che svanirono dopo che anche questi nuovi compagni di viaggio intrapresero il cammino, percorrendo una strada che via via diventava più comoda e accogliente, asfaltata e illuminata. Una strada senza rischi, né pericoli che li conduceva ogni giorno nello stesso luogo, luogo in cui, con fatica e motivazione, si procuravano il denaro.
Tommy non trovò nulla e rimase solo.
Il tempo un labirinto. Lo spazio immenso e cattivo. Il cielo distante, la terra nemica, bruciante, le sue ferite sanguinanti.
Diede vita ad alcuni amici immaginari, che ben presto lo lasciarono diventando sé stessi.
Così non gli rimase più niente e divenne piccino.
Anche il suo corpo si ammalò, impedendogli di camminare, di correre, di nuotare.
La sua voce era sgradevole e roca, troppo bassa per essere ascoltata.
Così smise di parlare, di sentire e di capire. Si rifugiò nei sogni che ben presto divennero incubi.
Cosa avrebbe potuto fare tutto il giorno in quello spazio così grande che la vita gli aveva riservato? E del tempo che gli restava, come impiegarlo ora che tutto era finito?
Avrebbe voluto un luogo più piccolo, più intimo, a misura di sé stesso e di ciò che era diventato.
Erano ancora in tanti ad aspettarsi che si comportasse come un vivo, e questo lo spaventava.
Le sue braccia si erano già accorciate e anche volendo non avrebbe potuto toccare nulla.
Fu così che il Verme delle Foreste venne ad abitare dentro di lui.
Modesta Raimondi Manfredonia 10 marzo 2013

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