Giudizi universali. Madri particolari

di Antonia Chiara Scardicchio

L'immagine è tratta dal film "Giudizio Universale" di Vittorio De Sica

Se c’è una cosa che ho assai duramente imparato è tutta qua: “le madri“ non esistono. Non può esistere la categoria: una è diversissima dall’altra. Talvolta anni luce.
Come si fa a scrivere di madri, allora, senza cadere nella retorica, nella generalizzazione banale, nel vuoto delle parole che sanno di cartone?
Provo l’azzardo del dire balbettando. Perché voglio provare a scrivere prendendo e lasciando andare il fiato: e dire delle madri, delle madri giudicate. Quelle che col bambino nel passeggino vengono fermate per strada da chiunque, per sentirsi dire “signora lo copra, non vede che ha freddo?”, oppure “lo scopra, fa caldo”. 
Le madri giudicate dalle altre madri.

All’uscita di scuola, una volta. Adesso nelle chat, sotto chat segrete delle chat ufficiali di classe. E poi quelle giudicate dalle suocere, non tutte: solo da quelle logorate dall’amore dei figli per un’altra donna. Un’altra madre. Talvolta così é. certi uomini non la vogliono una donna, è un’altra mamma che sposano.
E poi la giudicano. 
Per il ragù mai uguale, per il bacio della buona notte che mai sarà lo stesso. Per quello sguardo mai adorante quanto quello materno, rispetto al quale ogni altra donna apparirà solo sbiadita, e supplente. No, non per tutti gli uomini: fortunatamente. Ma per tutti e per molti, maschi come femmine, appare sport nazionale sparare alle madri. Come in certi salotti di certe matrone televisive che manco a Bari vecchia senti così vaiasse le argomentazioni prive di argomenti. Prive di freni, pudore, delicatezza.
Si spara su tutti, è vero. Pure sui padri. Ma esiste pure una particolare retorica nazionale che le madri o le osanna o le mette in croce. Tanto che qualcuno, persino, settimane fa aveva scritto togliendoci il respiro insinuando quasi correa la signora Gargiulo, madre delle due bambine ammazzate dal loro padre: Non sarà che si poteva evitare quella follia? Ahi, la madre… Avrebbe dovuto sopportare. Si sa: le madri, quelle brave, debbono chiudere, insieme con la porta, pure la bocca. Tacere. Contenere. Potere diabolico delle parole che si sostituiscono a dio.
Così, oggi come allora, è come se decine di anni d’evoluzione non fossero mai passati: storie di donne antiche e lontane, e storie di adesso, ogni qualvolta un pensiero banale considera una madre il solo bacino della colpa, creatura debole eppure potente perché tacendo o gridando avrebbe in mano sua il destino di tutti.
Come se, paradossalmente, tu, donna, avessi una duplice natura, celeste e maligna: o Madonna oppure Bestia, sul crinale perenne. Immediatamente ricettacolo di proiezioni irrisolte, affetti mal posti, tutta la spazzatura emotiva mai evacuata, ecco che la richiami, qualunque età o ceto o storia tu sia o abbia.
Ecco che improvvisamente diventi, da tutto il Bene, tutto il Peccato. E passi da Salvatrice a Mostro. Quando o si ama richiedendo non conto ma ragione. Ed è allora che susciti ferocia: come se a te non fosse concesso amore senza cancellazione di te, come fossi solo datrice e fontana e non, anche, ricevente e coppa.
Vorrei dire che no, certamente neppure vale il contrario: l’assoluzione totale, incondizionata. Non basta essere madre per essere sana. Salva. Santa.
Ma vorrei pure dire Basta.
Possiamo, da creature filosofiche, le sole ad esserlo sul pianeta, esercitarci nello sforzo maggiore, per un cuore, per una testa: al cospetto di una madre, non pensare più di compararla a”le madri”?
Vederne una, quella.
E riconoscerla creatura umana. Non un bersaglio per le freccette.
Possiamo farcela ad imparare anche un’altra forma oltre a quella vaiassa che il pensiero rischia di assumere nel forgiarsi l’anima come opinionista da talk-show?
Una forma mistica, ma anche politica.
Per esempio, la forma alternativa di questo impressionante messaggio che la signora Gargiulo ha voluto da pochi giorni diffondere in rete. Nel quale inverosimilmente… non bestemmia. Ma, persino, ringrazia.
Colpita, confesso il mio stupore.
Una madre giudicata rinuncia a giudicare.
Non mi addentro in questioni spirituali, teologiche, cristiane, non ne sarei proprio all’altezza. Confesso che sì, vorrei dire al riguardo molte, molte cose, attingendo a quello che di psicologia e dolore  e rielaborazione forse un poco so. Ma arretro. Mi debbo
costringere a stare in silenzio.
E a riconoscere che lei, sostanzialmente, che fa?
Sospende il giudizio finale. Non evoca punizioni, cataclismi, apocalissi.
Le parole che stemperano anziché calcificare sono parole che sventrano ogni giudizio. Schiaffo in faccia. Che però non colpisce, libera. Eccolo, forse, il significato di quell’“altra guancia”, chissà.
Io non lo so.
E davvero non lo so se le oscillerà questo stato di grazia oppure se perdurerà.
Ma il punto è che a nessuno spetta una sentenza sul mondo interiore dell’altro.
Mentre invece sovente pare che intorno a quello delle madri, in particolare, proprio non ce la si faccia a rinunciare a formulare sentenze. Di santità o stregoneria. D’assoluzione totale o assoluta condanna.
E è pure altrettanto vero che… anche le madri giudicano. I mariti, i pari, i figli, le figlie.
Il Giudizio Universale è forse peccato trasversale.
Forse vale la pena,come lei, provare a sospendere? Sospenderci. Sospendere la ferocia dei Giudizi Universali. La ferocia delle parole che si fanno diavolo nel volersi fare dio. E provare a sostituirle con parole umane liberate, e per questo liberanti. Liberare per liberarci.
Perché sotto Giudizio siamo tenacemente Tutti. Quello finale, in modo bizzarro come nella narrazione che Vittorio De Sica portò al cinema cinquant’anni fa, forse ci sorprenderà. Nell’attesa di quello ultimo, ogni nostro giudizio di adesso proviamo a riconoscerlo sempre particolare. E proviamo a prenderlo con la sapienza di questa madre e della sua inverosimile tenerezza. Con la quale lei libera tutti. Pure i padri.
Pure quel padre.
Liberi-tutti.
No, non dalla coscienza, solo dal giudizio, quello universale.
Il messaggio della Gargiulo ha questo per me, di più sconcertante, e folgorante: no, non la sua fede in Dio. E’ la sua fiducia negli uomini che fulmina.
Lei ce la fa a non cadere nel collettivo peccato bipolare: e  a non additare il Maschile come unico catino della colpa del mondo. Perché “i maschi”, e “i padri”, pure loro non esistono. Uno per uno, nome per nome, come nella sceneggiatura di Zavattini, uno per uno e non per categorie saremo, siamo già, interpellati.
E chi si salverà?
Dei giudizi divini non possiamo sapere. Ma sulle questioni umane, sì, lo sappiamo già, è così: libero è solo chi libera. 

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