Il mio mare sta nel vento

di Antonia Chiara Scardicchio

Il lungomare della mia città è tutto nel suo vento.
Imprendibile, invisibile, a volte talmente violento che ingaggi con lui una lotta per riuscire a camminare.
Il vento è la prova che anche ciò che non si vede ha riverbero potente, l’invisibile esiste e produce visibile.
Di notte canta da solo. Inscena liriche e discorsi comprensibili solo alle ombre, lamentandosi o esultando passando negli squarci, ovunque si trovino, piccoli o grandi, lui li fa suoi. Sembra violento eppure è attento.
Non ha cura alcuna, eppure ti cura.
Perchè a Bari, sul lungomare, sei sempre controvento. Anche quando ne stai assecondando la direzione.

E così, fai un esercizio fisico ed insieme psichico, sul lungomare quando c’è vento .
Non avendo freni per kilometri, quello è lo spazio in cui si esprime spavaldo, con un moto decisamente nel piglio barese.
Maestoso, vuole contemplazione, nessuna contraddizione.
Ho imparato che vinci quando abbandoni il gioco di forza.
La mia città è in questa resa al vento, sul suo lungomare spavaldo.
A nient’altro cede, solo a lui la consente.
Vento dissacrante che, aizzando onde, anni fa le fece arrivare fino sopra e dentro i palazzi.
Così, il nostro lungomare ora ha nella sua identità quella installazione per me potente che sono i frangiflutti.
Nei giorni di tempesta, stanno lì a darmi consolazione. A farmi vedere che esiste una protezione che tiene.
Nei miei giorni di vento interiore, i frangiflutti hanno un potere balsamico: non impazzirà il mare, gli spigolosi – maldestramente composti – si fanno teneri e materni. Li vedo ingaggiare battaglie per me, per tutti. Corpi a corpi mozzafiato, con onde e vento che non so mai dire se sono arrabbiati o in preda a giocolerie. Per certo posso dire  solo di me: le onde aizzate e sbattute mescolano col fascino il terrore. Di essere presi, sorpresi, inondati da acque e venti senza possibilità di fiatare.
In quei giorni c’è chi mantiene le distanze. Chi, come me, non lo può fare perché ha quel passaggio come necessario per tornare a casa, per camminare alza lo sguardo e osserva il punto dove le onde si spaccano e stemperano, alla faccia del vento. Ti dà pace la sensazione che esista un limite a inchinare anche il vento.
Abbiamo tutti bisogno di frangiflutti, mi dico certe volte cercandoli in altri lungomare di altre città dove non li trovo e mi inorgoglisce questa sapienza barese che ha reso materica una necessità spirituale.
Poi mi dico che no, esistono altri uomini ed altre donne, altri baresi a cui il vento non dà tormento ma ragione.
Creature capaci di stare nelle sue imprevedibili mosse, portate, portanti, creature che sono esse stesse frangiflutti: per sé, per gli altri.
Così, dentro queste visioni, versioni, interpretazioni, sul lungomare va sempre in scena un teatro anche interiore.
Che persino il mare, senza il vento, non sarebbe più sé stesso.
In quella loro arrogatura ed in quel loro innamoramento ognuno di noi sta: lieve, moderato, acceso, tempestoso, arrogato, sedato.
Qui sta tutta ogni umana vicenda: in scena sul lungomare, ogni mattina, come quadro in evoluzione.
Qui sta la mia paura. Ed anche il mio desiderio di farcela, un giorno, a fare pace col vento, tenendomi in piedi, in equilibrio precario e proprio per questo perfetto, sui frangiflutti che sono, che siamo, che noi baresi possiamo.
Pubblicato su: la gazzetta del mezzogiorno di Bari Agosto 2017

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