Al cospetto dell'abisso mio

Competenze di ricerca dell’educatore.

di Antonia Chiara Scardicchio

Ed ecco sul tronco
si rompono gemme:
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul botro.
E tutto mi sa di miracolo;
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era.

Salvatore Quasimodo

Sento forte, sento forte la tentazione di costruire una mappa elegante e precisa, precisissima, tratteggiando senza ombre il quadro delle competenze dell’educatore.
Potrei farlo, la letteratura nazionale ed internazionale al riguardo è copiosa e saprei attingere a fonti pregiate che saprei anche porgervi con effetti speciali.
Ma mi frena, mi frena una inquietudine che da tempo mi interroga.
Vorrei, allora, poter confidare che possiate da soli muovervi studiando – ecco la prima delle competenze cruciali ! – le potenti e vertiginose ricerche che troverete tra le fonti bibliografiche alla fine di questo mio interrogarmi. E concedermi così, adesso, di dedicare questo spazio a condividere con voi le mie interrogazioni, e quella inquietudine.
Sono stata educatrice già prima di laurearmi, poiché c’era nella mia, come in altre parrocchie, la tendenza ad affidare gruppi di adolescenti a giovani di buona volontà. Ai più brillanti, ai più apparentemente capaci ed infiammati dal sacro fuoco dell’evangelizzazione e della catechesi.
Aiuto.
Oggi guardo la ventenne che ero e, vi confesso, insieme alla tenerezza provo anche un po’ di paura.
Paura.
Perché la guardo fiera, fierissima, organizzare incontri perfetti, con le sue idee perfette, con la sua presunzione di perfezione. Non sapeva di esserlo, anzi. Nella sua testa l’inadeguatezza era la spinta forte, fortissima, a superarsi, impegnarsi, fare meglio ed il meglio. Sovente coesistono queste due forme opposte dell’animo umano: terrore di impotenza e sogno di onnipotenza.
Guardo quella educatrice e quello che vedo è che non è la mancanza della laurea il suo limite più grande. Anzi, quando quella arrivò – e pure nell’ambito specifico delle scienze dell’educazione – peggiorarono entrambe le sue spinte interiori: il bisogno di salvare e il bisogno di essere salvata dalle sue buone azioni.
Quello che vedo è una giovane donna che non era assolutamente in grado di accogliere una postura particolarissima che coincide col movimento: la ricerca.
Se però tornassi lì indietro nel tempo e potessi dirglielo, lei non lo accetterebbe. Direbbe che studia, si impegna, partecipa a tutti gli incontri, parrocchiali, cittadini, diocesani e pure nazionali. E mi direbbe che lei sa un sacco di cose.
Si, è vero, le sapeva.
E le sapeva proprio bene. Soprattutto, le sapeva dire. Sforzandosi poi davvero di mettere in pratica quelle teorie, teorie sul Vangelo, teorie sulla vita, teorie su tutto. Un buon educatore studia, sì, studia molto per saper rispondere. Indicare la retta via. Offrire soluzioni. E saldi ripari. Questo pensava, questo sinceramente credeva.
Il punto è che, totalmente proiettata solo a guardare all’esterno da sé, non possedeva davvero nessuna competenza alla incarnazione.
Capisco che sembri ora, sia scientificamente sia intellettualmente, davvero paradossale questo accostamento: come può dirsi competenza l’incarnazione? Non è forse condizione naturale, innata, primaria del nostro essere nel mondo?
Dovrebbe, sì.
Eppure ci industriamo davvero, e davvero precocemente, a disabilitarci. A darci forme intellettuali e talvolta pericolosamente spritualeggianti, per disincarnarci. Ci industriamo a staccare il sapere dalla storia, la testa dalla carne, la carne che è viva e brucia, spinge, arena. La carne che spesso nessuno ci ha insegnato a guardare.
Sicché non è perché siamo brutte persone – incoerenti, contradditorie, fallaci – che non siamo credibili e creduti come educatori. Ma è perché non siamo capaci di stare. Di stare dentro la verità che ci riguarda. Di stare dentro la nostra umanità. Umanità che ci distingue e straordinariamente ci accomuna.
E ci accomuna non al santo o agli altri membri dell’equipe parrocchiale o diocesana o a tutte quelle brave persone che, come noi stanno alacremente lavorando per il Regno (!!!). Ci accomuna al criminale, al ladro, all’assassino. Ci accomuna a chi desidera uccidersi, a chi desidera uccidere, a chi naviga nella notte più catramosa nel mare più remoto.
E che cosa è adesso, questa, una posizione retorica? Potrebbe diventarlo, sì, è rischioso: se fosse solo una convinzione intellettuale, saremmo ancora più pericolosi e scabrosi. Farsi piccoli per sembrare buoni, giusti, prodighi imitatori di Gesù. Farsi piccoli nella logica ma non nelle logiche, farsi piccoli in forme solo disincarnate, velocissimamente sgamate e sgamabili da chi ci osserva. Visibili a tutti nella loro tenera artificiosità, fuorché a noi stessi.
L’umanità che ci accomuna è postura interiore che coincide col movimento dello squarcio, del lasciarsi squarciare. Col coraggio di stare al cospetto della propria parte mai educata, vista, guardata. L’umanità che ci accomuna è metacompetenza fondamentale per ogni impegno di incarnazione: stare al cospetto dell’abisso proprio.
Stare al cospetto dell’abisso proprio: e quale altro modo potrà renderci altrimenti credibili, e meritevoli d’esser creduti, se stiamo per scelta accompagnando come educatori un altro uomo, un’altra donna a stare al cospetto, di fronte e non al retro, dell’abisso suo stesso?
Perché ogni obiettivo educativo, che si declina in comportamenti buoni ed azioni morali, ha prima di tutto un vaglio, un travaglio necessario, pena la perdita di umano: lo stare coraggiosi dentro l’inferno che ci è spettato, qui, adesso.
Eh sì: morte e resurrezione, prima ancora che questioni di ottavo giorno, ci riguardano potentemente mentre siamo vivi, adesso, qui.
E cosa è questo inferno? Cosa è questo inferno se non il dolore profondo, profondissimo, che coincide col caos, il limite, lo strazio, la ferita profondissima fino al sangue, che ognuno, ognuno, ognuno di noi ha incontrato ed incontra nella sua storia di umano, incarnato?
Le ferite che ci hanno inferto, quelle che noi stessi ci siamo date e quelle che, sì, abbiamo dato. Guardarle. Chiamarle per nome. Riconoscere la mia ombra, la mia parte assassina, ladra, arrabbiata, cinica, bambina che attende che Dio lo salvi. Perché no, non è in questo senso che Gesù intendeva il tornare bambini: non nel senso di restare inermi, impediti, irretiti ad aspettare che Lui arrivi a prenderci in braccio e portarci altrove, fuori dall’abisso, appunto.
La salvezza richiede compartecipazione. Nessun miracolo Gesù ha compiuto senza la fede di chi fu miracolato. E fede non coincide con rinuncia all’azione, allo scavo interiore, al deserto ed alla discesa agli inferi. Fede coincide con la fiducia che qualsiasi sia la mia ombra, più grande è lo spettacolo di questo Dio, illogico per la mia logica computazionale, che si fida di me. E lo fa prima, prima, prima che io gliene dia motivo.
E rischia. Sì, rischia, questo Dio incredibilmente educatore, che educa non indicando la strada ma camminando, non offrendo risponde ma piuttosto a lungo tacendo.
Ed è solo nell’attimo di quello squarcio in cui io mi vedo, mi vedo e mi inferno, è solo allora che vedo. Vedo la mia umanità. E l’incredibile libertà che mi appartiene e mi offre possibilità di scegliere, se dannazione – nel perdurare a cercarmi onnipotente – o salvezza – nella forma della rinuncia al mio bisogno di restare impotente come un bambino.
Oh Dio, vieni a salvarmi. Vieni a prendermi e portarmi via. Via da dove? Il Signore è piuttosto uno che getta. Ti getta nella carne, nella vita, per strada, in una famiglia che non hai scelto, in mille ferite che non ti evita. E ti getta non per disamore. Ma, anzi, per esplosione di fiducia nelle nostre capacità di diventare adulti. Sì, adulto: ecco chi è un educatore. Un adulto appassionato di umano, del suo, dell’altro, di quello di Dio.
Un adulto che ha guardato il bambino che è e che è stato e non lo ha soppresso o messo a tacere con certi libri o certe giaculatorie o certe nostre ossessioni. Un adulto che lavora su sé, sulla sua biografia e dunque sulla sua identità in costante fertile mutamento, un adulto che conosce i mostri che ha dentro e che proprio guardandoli dritto negli occhi acquisisce competenze per stare al fianco degli altri, ai loro mostri, non per addomesticarli al loro posto, ma per non scandalizzarsene. E allora restare al fianco, anche muto, non per dare risposte ma contagiare la spinta più potente della vita: che è lo scatto di schiena che ti porta fuori dall’inferno. Ed allora scoprire che quell’inferno non era il luogo in cui Dio ti aveva abbandonato o si era distratto o ti aveva punito ma il luogo della nascita, quella seconda. Quella affidata al mio compito biografico, evolutivo, educativo. La salvezza, adesso. Compartecipazione. Creazione. Ove mi scopro creatura, creatore.
Ed eccolo qua, allora, lo strumento più importante per un educatore: la sua biografica carne. Le carni non venerate ma neppure edulcorate, le carni che passando dal dolore resuscitato e resuscitante, come audace modus costante dell’essere vivo e vivente, sanno essere coraggiosi altari e spinte, spinte costanti all’interrogazione, alla ricerca intesa come peregrinare, alla scienza intesa come studio e sapere che parte da sé, dal proprio punto specifico di incarnazione.
Ed allora no, non ci si può improvvisare educatori, non basta la buona volontà. E non basta neppure l’amore, se con questa parola chiamiamo mille rivoli che spesso coincidono col nostro bisogno e non col desiderio che l’altro sia, che sia altro da me, che sia libero da me.
Occorre studiare. Studiare scienza e incarnazione. Studiare, studiarsi. Guardare, guardarsi.
E apprendere la più difficile delle attitudini, per lo scienziato come per l’educatore: il decentramento.
Guardare, ascoltare, stare.
Verbi che sì, so essere pericolosamente declinabili retoricamente. Se non sono anche riflessi verso sé.
Guardarsi, ascoltarsi, stare con sé.
Lasciar andare il delirio di salvare, sapendo che solo Dio salva, e gettarsi nella vita come camminatore, umano che cerca e si prende cura delle proprie posture da antropologo, speleologo, scalatore.
Posso fare un esercizio potente per impararle.
Mi basta guardarmi indietro e scorrere i fotogrammi che mi ritraggono nel vivere, cadere, ristagnare oppure evolvere, osservando con cura e ricerca scientifica tutti gli educatori della mia storia. Muovere da essi per tracciare il quadro delle competenze di chi ha toccato la mia carne, insegnandomi a vivere, ad essere vivo. E chi invece no.
Chi è che ho sentito folgorante? Dopo il fascino precario di una tecnica o di un carisma, cosa resta, osservando all’indietro, senza fragore, quel tempo? Resta l’umano, l’autentico, l’adulto ricercatore. Chi mi ha insegnato postura e passione da vivente, morto, risorto, non asceso al cielo ma rimasto qui a terra, adesso. Ad incontrare la grazia di Dio nello scatto di schiena che spacca la scorza, come in quella splendida poesia di Quasimodo.
Forse gli educatori – adulti, ricercatori – possiamo riconoscerli come quei particolarissimi esseri umani scorticati. Si sono fatti portare via la pelle e quella loro nudità ci scortica, ci raschia, nel suo sanguinare ancora un po’.
Oh Dio vieni a salvarmi.
Da cosa, Chiara?
Dal mio bisogno di salvarmi dalla mia umanità.

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