Invito alla lettura: Donne guerriere. Le sciamane delle vie della seta

Kimball - Donne-Guerriere

Jeannine Davis-Kimball

Donne Guerriere. Le sciamane delle vie della seta

Venexia, 2009

Jeannine Davis-Kimball ha scelto la narrazione per presentare il frutto delle sue esplorazioni nei deserti e nelle steppe attraversate dalle antiche vie della seta, affascinata dalle tracce di popoli avvolti da aloni leggendari, e determinata a svelarne, per quanto possibile, la reale identità.

Le pagine ripercorrono quindi gli eventi e le emozioni di anni di estenuanti spostamenti, scavi esaltanti o frustranti, incontri sorprendenti, coinvolgendo chi legge nella dimensione del vissuto quanto nelle conoscenze acquisite.

In quei vasti spazi, abitati attraverso i millenni da etnie prevalentemente nomadi, sono disseminati gli imponenti tumuli funerari che racchiudono i resti e i corredi delle personalità eminenti dei vari gruppi.

Spesso le sepolture hanno subito le ingiurie delle intemperie o dei predoni, ma a volte offrono agli sguardi dei testardi, appassionati team di ricerca tesori di arte e storia, testimonianze preziose di vite insospettate.

Particolarmente avvincente è per me il racconto di una visita notturna al museo di Korla (Cina nord-occidentale, ai margini del deserto Taklamakan) ottenuta tessendo logoranti accordi con le autorità locali. Scorrendo le pagine si rivive l’attesa ansiosa sulle scale fredde e buie, fino a quando il custode delle sale superiori arriva, finalmente, poco prima di mezzanotte. All’autrice e il suo gruppo si apre l’agognata visione delle mummie di Chärchär, incredibilmente conservate grazie alla favorevole combinazione di fattori climatici e geologici. La scoperta più emozionante è il corpo perfettamente conservato di una donna dai lineamenti europei, circa quarantenne, con tatuaggi e corredo che ne sanciscono l’identità di sacerdotessa. Talmente bella che l’archeologo suo scopritore dichiara apertamente: “durante gli scavi ho capito di avere per le mani la più bella donna del mondo.”

Attraverso le scoperte sul campo, emerge che nei tumuli eretti nel primo millennio a.C. dai Saka, Sarmati e Sauromati e utilizzate per secoli, la figura di maggior prestigio, prima destinataria del sito funebre, è una donna nel 71% dei casi. L’importanza di queste personalità femminili, diffuse dal bacino del Volga ai monti del Tien Shan, si concretizza nei corredi funerari, ricchissimi di ornamenti in oro, oggetti cultuali, elaborati abbigliamenti e armi letali. Sciamane e guerriere quindi, accompagnate da specchi, altari, alti cappelli conici, simboli vitali come spirali e alberi della vita, e micidiali spade, pugnali e punte di freccia.

Questi ritrovamenti costituiscono un interessante capitolo nella conoscenza delle dinamiche sociali e culturali dei popoli del passato. Gli abitanti delle steppe del primo millennio a.C. non risultano rientrare nelle coordinate strutturali delle società patriarcali, bellicose, in cui il ruolo femminile è circoscritto alla funzione riproduttiva e ai lavori domestici e lo status è determinato dalla famiglia di appartenenza. In tali contesti le donne, quando non venivano immolate nella tomba del consorte, erano deposte in sepolture secondarie. I popoli studiati da Davis-Kimball rivelano piuttosto caratteristiche tipiche delle società matrilineari, dove le donne sono presenze attive nella sfera pubblica, con ruoli autorevoli e dove sono assenti stati di cronica belligeranza: ma la sostanziale parità tra i sessi comprende anche l’addestramento e la partecipazione alla difesa armata della comunità. Si può dedurre che queste società abbiano mantenuto una cultura paritetica e democratica pur nella condizione di dover padroneggiare l’uso delle armi, forse imposta dal bisogno di contrastare gli assalti di invasori violenti. Oppure potremmo dar credito alla leggenda, riportata da Erodoto, che questi popoli siano i discendenti dell’unione di guerrieri sciti e amazzoni fuggite dall’Anatolia, decise a mantenere le proprie tradizioni.

Oggi, i capolavori d’arte orafa presentati nel testo vengono ammirati nelle sale dei musei, tra cui l’Hermitage a San Pietroburgo, dove sono stati raccolti a partire da Pietro il Grande. Inizialmente i preziosi reperti sono stati sbrigativamente attribuiti a maschi dominanti, re principi o affini. Caso esemplare è il famoso “uomo d’oro” di Issyk, così chiamato per l’imponente ricchezza di ornamenti aurei che rivestiva il corpo sepolto, subito ritenuto uno “zar” ante litteram. Alcuni degli oggetti ritrovati, tra cui uno splendido cappello conico e suppellettili tipicamente femminili, hanno indotto molte/i esperte/i a sostenere che si trattasse di una “donna d’oro”, una sacerdotessa-guerriera di alto prestigio e potere, ma la richiesta di effettuare analisi sui resti ossei per stabilirne definitivamente il sesso ha ricevuto come risposta il comunicato che lo scheletro è andato perduto. . .

L’interesse dell’autrice per i popoli delle steppe l’ha indotta a studiarne anche i discendenti nostri contemporanei e la permanenza in alcuni accampamenti di nomadi Kazaki sui monti Altai le ha fornito la prova della continuità delle antiche tradizioni. In queste comunità, bambini e bambine vengono istruiti nel tiro con l’arco, partecipano insieme alle corse a cavallo; donne e uomini spesso lavorano insieme e, anche se esistono attività specifiche per ogni sesso, tutti gli adulti sono capaci e disponibili a svolgere tutti i compiti necessari alla vita del gruppo. Anche i momenti di festa vedono la partecipazione attiva e paritetica di entrambi i sessi, e il costume tradizionale femminile, indossato in queste occasioni, comprende il “saulke”: un alto cappello conico impreziosito da gioielli.

Questo particolare copricapo si rivela essere stato l’elemento distintivo dell’autorevolezza femminile; potremmo definirlo la controparte, associata alle culture paritetiche, della corona dei capi assoluti delle società patriarcali. Diventa facile allora comprendere la ragione per cui lo stesso emblema –il cappello conico- venne associato dal potere maschile allo spregevole mondo delle streghe, del peccato e dell’ignoranza; tuttavia è rimasto anche sul capo delle fate, ridotte ad evanescenti figure fiabesche, ma inconsapevoli depositarie dell’oscurata memoria di potenze benefiche.

Paola Parodi

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