Alessandra de Nardis

Tra terra e cielo, 25 ottobre 2010

Ero lì, in un punto preciso di un tratto di strada fatta di lastroni di basalto nero; un sentiero nato dal fuoco, costruito da un impero e consumato dalle moltitudini di genti che dal nord scendevano verso sud per imbarcarsi per l’Outremer,  la Terra Santa.

 

Ero in un luogo da cui molte storie sono partite per poi magari fermarsi subito, perse nei rigagnoli della realtà o in racconti balordi; è qui che i miei dubbi sono diventati certezze perché è da luoghi così che viene messa alla prova una mente scientificamente allenata, una mente che alla casualità, alle coincidenze preferisce seguire una traccia utile e concreta da poter utilizzare per mentirsi.

 

Quel luogo era qualcosa di pericolosamente diverso da ciò che conoscevo, ed io che ero pronta a trovare l’assoluta e profondissima verità sul suo significato, avrei infine ascoltato otto parole per nulla rassicuranti a spiegarmelo: il mondo non è solo ciò che vedi.

 

Ma per ora ero semplicemente lì, in piena Etruria meridionale, immersa in paesaggi a me profondamente cari per fotografare il Mitreo, un antichissimo luogo di culto che si trova a fianco dell’anfiteatro romano di Sutri.

 

Vestigia scavate interamente nel tufo scuro dell’alto Lazio che sono state da sempre luogo sacro per l’umanità che da tempi antichissimi vive da quelle parti: tomba etrusca, tempio pagano dedicato al dio Mitra, chiesa cristiana dedicata dapprima a S. Michele Arcangelo poi alla Madonna con il Bambino diventando così S. Maria del Parto. Racchiude oltre duemila e settecento anni di storia conosciuta e stratificazione culturale ancora visibile attraverso le forme, i dipinti e il mistero che emana. La struttura mantiene intatte le caratteristiche comuni a molti luoghi del culto: una navata principale coperta da una volta a botte fortemente ribassata; due strette navatelle laterali e un lungo sedile che collega i pilastri della navata; una serie di gradini posti davanti all’altare; una nicchia in cui doveva essere alloggiato il bassorilievo rappresentante Mitra che sacrifica il Toro Cosmico, mai ritrovato.

In epoca medievale fu luogo di preghiera e di invocazione all’arcangelo da parte di quei pellegrini che si recavano in Palestina.

E’ lì che ho cominciato a vedere; di fronte al Mitreo infatti, sulla soglia del suo piccolo ingresso, ritrovavo una serie di immagini che cominciavano a perseguitarmi. L’affresco molto sbiadito ritrae in modo alquanto preciso le gesta narrate in un altro santuario molto più famoso ed importante. All’epoca io non sapevo nulla dell’Arcangelo Michele, né della sua iconografia né tanto meno della sua simbologia.
Ero solo colpita da una figura che sempre più spesso mi si ripresentava davanti: un essere alato, che brandisce una lancia o una spada e un animale: un toro, un drago, un serpente. I luoghi potevano essere i più svariati e non necessariamente considerati oggi sacri. Sempre però c’è una grotta e acqua sorgiva fra vegetazione lussureggiante.

Cosa cercava di farmi vedere attraverso i suoi colori, i suoi odori, la sua atmosfera e con ciò che mano umana aveva continuato tenacemente a scolpire per secoli, nonostante cambiassero culti e tradizioni?

Sempre la stessa costante.

Col tempo ho decifrato l’ultima icona a cui era stato affidato il messaggio, ed era proprio lui: l’arcangelo, fra le icone più potenti della Cristianità.

Il significato dell’arcangelo nel suo ruolo di metatron, il mediatore, colui che come icona-arca è destinata a traghettare significati ancestrali che per attraversare i secoli e le devastazioni culturali devono travestirsi; percorrono così luoghi e popoli portando al mondo e nel mondo il senso più profondo del sacro; l’arcangelo è uno dei volti della Madre più nascosti perché i suoi simboli sono sotto gli occhi di tutti. Sue le grotte, sua l’acqua, e suoi gli animali sacri; il drago o il serpente posto ai suoi piedi è, come per la Vergine, la potenza che rappresenta, non perché controllata ma perché è essa stessa il drago; il drago è la terra e la Dea ne incarna la forza e le leggi. Ciò che impugna l’arcangelo non è un’arma ma è una direzione, il cui senso è l’eterno “così in alto così in basso” legando il cielo alla terra con il potere del sangue, della vita; non è un caso se la sua iconografia ce lo mostra sempre con fattezze femminili.

Ecco dunque, mi trovavo in presenza di un luogo Sacro, un luogo dove amore e connessione sono espressi nell’unione tra Terra e l’Umano; la Madre mi aveva finalmente parlato con chiarezza rivelandosi -o meglio- svelando la costante che come parte del nostro DNA fonda il nostro essere. 

Se tentiamo di sopprimerlo ci ammaliamo, perdiamo energia fino a diventare ombre che camminano.
Mi parlava una Lingua Sacra interrotta da tempo ma mai spenta, ed è in questi luoghi che essa riaffiora come acqua sorgiva.

Il Mitreo è uno dei tanti ma ognuno di noi può trovarne quanti ne vuole.

L’interesse verso la via Francigena ed i pellegrini che la calcavano era stato fino ad allora quello storico di persona moderna e che mi aveva portato a cercare con curiosità a seguire quel filo al cui capo da una parte era apparsa, senza che io volessi, la strana magia delle coincidenze.
Dall’altro capo un paesaggio fatto di grotte, di acqua sorgiva e maestosi alberi.
Se li metto in fila capisco che questi luoghi mi hanno mostrato qualcosa, il dialogo intimo tra ciò che sono e la Madre che mi nutre non solo di vita ma di bellezza e di intima connessione con tutto; è il dialogo che Madre Terra è disposta ad intrecciare con ognuno di noi se abbiamo la capacità di ascoltarla. 

A me si è rivelata lì, in un punto preciso di un tratto di strada fatta di lastroni di basalto nero, dove il tufo e l’umido muschio che nasce dove l’acqua trasuda, è carico di minerali raccolti dalle viscere di ciò che una volta era solo roccia fusa e fuoco.

Mitreo Alessandra de Nardis
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