Per Fantastiche Visioni:

Maristella Lippolis

Mi chiamo Ernestina

Neri, come uccelli della notte, chiusi nelle lunghe vesti, le facce impassibili, avevano assistito all’ultimo giro di corda. Il corpo della giovane appeso alle carrucole si era inarcato, attraversato da lunghi spasimi. L’inquisitore incombeva su di lei, le stava addosso, urlando. Le larghe maniche della veste sfioravano le gambe scoperte che oscillavano nel vuoto. Per un attimo percepì la febbre di quegli occhi che le bruciavano le carni. Una violazione che la tormentava quasi quanto lo strazio che aveva subito. Da quanto tempo durava quella tortura? Aveva perso la nozione del tempo. Ma ormai la fine era vicina. Lo sapeva. C’erano stati altri interrogatori, altre sedute di tormenti per indurla a confessare, e poi mesi di solitudine nel carcere. Ora si avvicinava la conclusione. Ma era ancora in tempo, prima del verdetto finale. Se avesse confessato i suoi misfatti si sarebbe salvata, le stava dicendo quell’uomo spaventoso. Nonostante urlasse, la voce le arrivava lontana, quasi incomprensibile. Percepiva il dolore attraversarle il corpo, ma era come se non le appartenesse più. Mormorava ave Maria piena di grazia, la testa reclinata sul petto, finché gli uccelli neri smisero di svolazzare intorno a lei e si afflosciò sul pavimento. La sollevarono e la deposero sullo sgabello di fronte al Collegio, mentre uno dei monaci le componeva maldestramente la veste intorno al corpo.

 

L’inquisitore, delegato del Vescovo, tornò a snocciolare le accuse con voce stentorea: aveva ucciso tre bambini nel grembo delle madri; procurato malattie mortali; chiamato la grandine in una notte di maggio che aveva distrutto i raccolti delle olive e della frutta; provocato la sterilità in un numero imprecisato di uomini. Per ognuno di questi fatti esistevano testimoni, che avevano giurato di dire il vero. Se avesse ammesso tutto, dichiarandosi strega, il Collegio forse avrebbe usato clemenza e invece della morte per fuoco sarebbe stata abbandonata legata a un albero sui monti, in attesa che qualche spirito maligno venisse a liberarla, aggiunse alla fine sogghignando. La giovane alzò per un attimo il capo, che teneva reclinato sul petto, guardando negli occhi, con fierezza, gli uomini che le stavano di fronte, e di cui avvertiva l’odio furente. Un odio che emanava un odore acre, di corpi e cuori malati, e che saturava la stanza come un vapore di morte.

 

“Non sono una strega, mi chiamo Ernestina Di Pompeo, figlia della levatrice Ave e di Alberico pescatore. Non sono responsabile di alcun delitto commesso con l’intento di fare del male, e non ho altro da dire”.

 

Disse questo raccogliendo il fiato nella bocca, a voce bassa ma chiara e ferma. Un mormorio di disapprovazione si levò tra i banchi degli inquisitori. Accadeva di frequente che queste donne deboli, impaurite, stremate dalla tortura e dalla prigionia, alla fine confessassero qualunque cosa e morissero in grazia di Dio, salvando almeno l’anima. Ma Ernestina Di Pompeo era ostinata. Un motivo in più per punirla. Mentre il verdetto finale di condanna a morte veniva pronunciato, la coscienza sembrò abbandonarla, ma non al punto di non udire distintamente le parole “Ordiniamo che sia condannata alla pena del fuoco e con lei la figlia Francesca, nata dal peccato e posseduta dal demonio, come risulta da innumerevoli testimonianze. Che la condanna venga eseguita domani”. Nel sentire il nome della figlia perse i sensi, mentre veniva sollevata e trascinata fuori dalla stanza.

 

****

 

Mi chiamo Ernestina. Sono rinchiusa in questa cella e dalle grate della finestra alta sul soffitto vedo la luce del giorno che declina. Poi verrà la notte, e al termine della corsa della Divina Diana nell’arco del cielo notturno la mia vita avrà termine. Non voglio pensare a quel momento, so che da qualche parte mi verrà la forza di sopportare tutto quello che accadrà. Vorrei che la mia piccola fosse qui con me, saprei come fare per impedire che soffra, ha solo un anno, una fragile vita. Ma ancora spero che qualcuno abbia pietà di lei, che riesca a sottrarla alla sorte decretata per me. In queste ore che mi restano voglio raccontare la mia vita a queste mura che si affacciano alte sui sentieri delle colline che ho percorso tante volte. Non voglio che siano solo pensieri, ma parole, se pure sussurrate. Saranno il mio testamento, impresso sulla pietra che le custodirà. Le affiderò al vento che sento penetrare tra le fessure, agli uccelli che sento pigolare sotto le tegole, protetti dai loro nidi e dalle ali amorevoli delle madri che li hanno costruiti per loro. Racconteranno di me, e la mia storia non andrà perduta. Come gli uccelli nei nidi anch’io sono stata una figlia amata dai miei genitori. Ora che non ci sono più ringrazio il cielo per la loro morte prematura, sapendo che non dovranno assistere al mio strazio.

 

****

 

“Cosa sta facendo la strega? Sta borbottando qualche maleficio? Dobbiamo proteggerci e impedirle di farlo? Vai a sentire tu, vicino alla porta. A me fa paura anche solo avvicinarmi, ma se senti qualcosa di sospetto manderemo a chiamare subito il vicario del Vescovo. Così ci hanno detto di fare”.

 

“Ho accostato l’orecchio alla porta, ho sentito soltanto preghiere alla Madonna…Forse si è pentita, forse avrebbero potuto risparmiarle la vita… e poi, la bambina… che colpe ha?”

 

“Taci, Bartolo, non farti sentire. Nessuna pietà per le streghe. Hai sentito di quanti misfatti e malefici è stata accusata? e nessuno ha pronunciato una parola in sua discolpa. La bambina, dici? ma l’hanno vista tutti, che si contorce all’improvviso, con la schiuma alla bocca. Soltanto il diavolo può ridurla in quello stato”.

 

****

 

Mio padre si chiamava Alberico, era un falegname, e vivevamo a stento del suo lavoro. Per questo abbiamo lasciato il paese di Campli, dopo la terribile carestia e siamo scesi sulla riva del mare nei pressi della foce del Tordino, dove ha costruito una barca e una casupola per noi, e ha imparato il mestiere del pescatore. Quando ritornava dal mare io lo aspettavo sulla riva, lo aiutavo a riporre la rete e andavo in giro per il paese alto a vendere il pesce. Mia madre si chiamava Ave ed era una levatrice, aiutava le donne a partorire quando era il loro momento, e in cambio riceveva un sacchetto di farina, un orciolo d’olio, un pezzo di maiale, qualche sacchetto di ceci. Avevamo quanto bastava per vivere. Quando sono cresciuta ho cominciato ad aiutarla, le rimanevo accanto mentre cercava di abbreviare la fatica del parto, per aiutare il bambino a uscire dalla madre senza lacerarla o strapparle la vita; da lei ho imparato come sono fatti i corpi delle donne, e ad alleviarne i dolori. E che non è necessario soffrire quando si mette al mondo la vita, e quanto basta poco per andarsene, appena un soffio di fiato. Quando avevo tempo andavo in giro per i campi, sulle colline intorno al paese di Giulianova. Mi piaceva camminare all’aria aperta, e ho imparato presto a riconoscere le erbe e i loro poteri. Sapevo della camomilla e della melissa, del tarassaco e della borragine. All’inizio sono state le contadine che incontravo nei campi ad insegnarmi i nomi e le loro proprietà. A usare la malva per calmare la tosse, e l’iperico dorato per curare le piaghe, la candida achillea per alleviare i dolori femminili e l’artemisia per la febbre. Mi piaceva sperimentare la forza che si sprigionava dalla natura. All’inizio le usavo su di me, quasi per gioco. Un giorno, mentre preparavo un unguento con l’olio e i fiori di iperico per curare le ferite che mio padre si procurava di frequente maneggiando le reti, capitò mia zia Berenice, che rimase a lungo ad osservarmi. Esercitava il mestiere dell’ostetrica, ed era molto rispettata in tutto il circondario. Mi osservava e mi rivolgeva domande su quello che stavo facendo, e sul perché usavo una procedura piuttosto che un’altra. Ricordo bene: era un bel mattino luminoso di fine giugno e proprio il giorno 25, dedicato al Santo Giovanni, avevo raccolto abbondanti fiori di iperico in un vasto prato sulle prime colline di fronte al mare. Quello era il giorno giusto per una raccolta utile alle preparazioni medicamentose.

 

“Vedo che possiedi un talento naturale per l’arte delle erbe, e potresti ricavarne un mestiere, simile al mio e a quello di tua madre, ma diverso. Più potente, da usare con prudenza e sapienza. Ma tu sei una ragazza saggia e prudente, quindi saprai farne buon uso”. Poi trasse dalla bisaccia di tela un grosso volume, avvolto in un panno pesante. “Sai leggere, sono stata io ad insegnarti i primi rudimenti della lettura, e tua madre mi dice che non perdi occasioni per istruirti. Prendi, è un libro scritto da una donna che sapeva di medicina, più di cinque secoli fa. Si chiamava Trotula De Ruggiero. Contiene molte informazioni che non capirai e che non ti serviranno, ma altre sì. Vedi? Si intitola Sulle malattie delle donne. Inizia a leggerlo, quello che non capisci lascialo perdere, non ti serviranno le nozioni di chirurgia, ma capirai da te ciò che potrà esserti utile”. Aggiunse che non avrei dovuto mostrarlo a nessuno. Non erano tempi buoni per le donne troppo istruite, e soprattutto nell’arte della medicina. Non mi soffermai a riflettere sulle sue parole. Non avevo mai ricevuto un dono in tutta quella mia vita che da poco era giunta al diciassettesimo anno. Ero così felice. Sentivo che da quel momento sarebbe cambiata. Ma non potevo immaginare che tipo di cambiamento mi aspettava, e cosa sarebbe successo. Le ore passano. Da qui riesco a vedere soltanto un pezzetto di cielo, ma dalla luce che lo rischiara verso levante capisco che è da poco entrata la luna. Questa notte sarà piena. Divina Diana, aiutami tu, dammi la forza necessaria per sopportare tutto questo. Se fossi una strega come dicono saprei volare via, oltrepassare i muri di questa prigione e perdermi nella notte insieme alle mie sorelle. Mi piacerebbe volare nel cielo, libera. Ma sono soltanto Ernestina, erborista. E non so volare.

 

****

 

Fuori dalla cella si udì all’improvviso un rumore di passi e di voci soffocate. Poi la porta si aprì e dal buio del corridoio rischiarato dalle torce si stagliò sulla soglia la figura di un uomo. Nonostante la poca luce Ernestina lo riconobbe subito. Era Bartolo, il fratello di Viola. Sapeva che lavorava nel palazzo degli Acquaviva, lo aveva visto montare la guardia alle porte quando era stata condotta nelle stanze dove era riunito il Collegio. Durante gli interrogatori più volte i loro sguardi si erano incrociati; in quello di lui aveva letto la rassegnazione e una pena impotente. E anche il timore che qualcosa trapelasse del segreto che avevano condiviso. Lui sapeva che non era una strega, ma una persona generosa. Non avrebbe potuto dirlo ad alta voce, prendere le sue difese significava rischiare la vita, e Viola sarebbe rimasta sola. Le si avvicinò, socchiudendo la porta alle sue spalle. Parlò a bassa voce.

 

“Ascoltami, c’è poco tempo. Più tardi, molto prima dell’alba, porteranno qui anche tua figlia. Zitta, non farti sentire. Il mio compagno si è addormentato sulla panca del corridoio e ne ho approfittato. Viola ed io abbiamo chiesto di custodirla nella nostra casa in questi giorni che hanno preceduto la fine, si fidano di me, ce lo hanno concesso. Mia sorella se ne è presa cura, con amore. Le ha dato molte erbe per farla dormire, le stesse che tu le hai insegnato a riconoscere. Sarà lei a portarla qui. Il rogo verrà acceso all’alba, alle prime luci verrai condotta sulla piazza. Prendi, ti manda questo. Saprai come usarlo, mi ha detto. Ho messo una torcia qui vicino alla porta così potrà trapelare un po’ di luce dalle grate. Ne avrai bisogno”.

 

Tolse dalla tasca del mantello un piccolo involto chiuso in un sacchetto di tela scura. Ernestina lo accostò alle narici. Ne annusò l’odore. Capì immediatamente. Un abbraccio li strinse per un attimo, poi rimase sola.

 

****

 

Viola, dolce amica. Discepola fedele. Quando ti ho insegnato i primi rudimenti dell’erboristeria non immaginavo che saresti diventata così brava, e ardimentosa. “Voglio imparare tutto quello che sai. Dalla giustizia degli uomini non mi aspetto niente, avevi detto, lui continuerà a picchiarmi e prima o poi mi ucciderà, ne sono certa. Per due volte ha ucciso la creatura che portavo in grembo a forza di calci. Nemmeno mio fratello è riuscito a fermarlo. Non voglio che sia tu a commettere l’atto di giustizia che si merita, ma puoi insegnarmi come fare. Farò tutto da sola”. E così era stato. Chiusa qui dentro rivedo come se fosse ieri il tuo viso fiero rigato di lacrime e devastato dai lividi, e avevo deciso di aiutarti senza esitare, anche se mi accingevo a fare qualcosa di contrario ai miei principi. Avevo scelto per lui una morte procurata con la polvere di Amanita mescolata con un po’ di Digitale per accelerare gli effetti. Unita al cibo e al vino un rimedio facile e veloce, che avrebbe agito in due giorni. Così da sembrare una morte causata da qualche malattia del corpo. Tu eri tornata ad essere una donna libera, che vivevi del tuo lavoro di ricamatrice, e che a volte mi seguivi per i campi, lontano da occhi indiscreti che potevano far sospettare un’amicizia tra noi; hai imparato a riconoscere le erbe capaci di alleviare i dolori, e questo era stato il patto tra noi: le erbe dovevano essere usate solo a scopi curativi, e mai per procurare la morte. Ma tu eri sveglia, avevi imparato tutto, anche i segreti della Digitale e della Belladonna, e il modo di usarle. A volte era necessario intervenire per liberare una donna che aveva già troppi figli e non avrebbe potuto sfamare altre bocche. Ma in quei casi non ho mai consentito che tu fossi presente, mentre mescolavo prezzemolo, sedano, semi di lino, trifoglio e salvia, e artemisia. Non ti ho mai portata con me, e questo ti ha tenuta al riparo dai sospetti dell’Inquisitore. E oggi tu mi aiuti a rendere meno penosa la morte della mia Francesca, e anche la mia. Ora devo essere lucida, calcolare bene le dosi e i tempi. Divina Diana, aiutami, illumina la mia mente, rendila chiara come la tua luna.

 

****

 

Quando Viola entrò nella cella Ernestina era pronta, lucida e calma. Prese la bambina che la donna le porgeva, avvolta in una tunica di panno candido. I lunghi capelli le ricadevano sul viso, aveva gli occhi chiusi come se dormisse.

 

“Non soffrirà, lo sai. Passerà dal sonno alla morte, se non ho sbagliato a dosare gli ingredienti del farmaco, e tu saprai quanto riservarne per lei e quanto per te, così che il fuoco non avrà alcun potere; sarete già vicine alla morte quando arderà sui vostri corpi. Brucerete senza avvertire dolore. Forse si stupiranno quando non sentiranno le vostre grida, ma abbiamo fatto in modo che le campane prendano a suonare, e tutto si confonderà. Tua zia Berenice mi ha scongiurata, prima di fuggire per valicare la montagna e scendere lungo il passo, di distruggere il libro. Ma io le ho disobbedito, e l’ho nascosto in un luogo sicuro, nella foresta, dove nessuno lo troverà, e dove mi rifugerò. La sapienza femminile non andrà perduta, e potrà aiutare ancora tante donne. Addio amica mia, forse ci incontreremo nei sogni…”

 

“O nelle visioni”, replicò Ernestina con fugace sorriso che per un attimo le illuminò lo sguardo. Si abbracciarono, accarezzando l’una i capelli e il viso dell’altra, poi si separarono. La pesante porta si richiuse, e la cella piombò nel buio.

 

****

 

Dormi piccola mia. Vorrei vedere ancora una volta i tuoi occhi chiari, il tuo sorriso incantato. Ma saremo insieme per sempre, ovunque andremo. Ti prometto che non ti lascerò mai. Se diventerai uccello io sarò la pianta su cui ti poserai, se sarai un pesce del mare io lo scoglio dove troverai riparo. Quando ho capito che dal breve incontro con quel giovane uomo saresti nata tu, ho provato gioia e smarrimento insieme. Era stato un incontro felice, in una giornata luminosa di prima estate. Mi guardava con attenzione ogni volta che ci incontravamo in paese, e poi quel giorno mi seguì per i campi. Non ci fu violenza, ero felice tra le sue braccia. La mia pelle era riscaldata dal sole e dai suoi baci. Quando gli dissi che sarebbe diventato padre la cosa sembrò infastidirlo, e dopo qualche settimana sparì per sempre. Sarei stata sola, ma accanto a me c’erano i miei genitori, mia zia. Non avevo paura. Fino a quando iniziarono a possederti quei mali del corpo, di cui non capivamo l’origine. Certo non poteva essere il Diavolo a possederti, come si incominciò a mormorare in paese. Avrei potuto liberarmi di te prima che nascessi, ma ti ho voluta, ti ho amata per il poco tempo che ci è stato concesso di vivere insieme. Saremo insieme fino all’ultimo istante.

 

****

 

Ernestina ingoiò una parte del miscuglio di erbe e Digitale legato con olio di mandorle preparato da Viola. Poi infilò quello che restava nella gola della bambina, premendo con le dita. Francesca aprì gli occhi per un attimo, guardò la madre e le sorrise. Deglutì la pozione e scivolò nel sonno mentre il suo piccolo cuore accelerava i battiti, preparando la morte. La giovane si rannicchiò sul pavimento, con la figlia stretta al petto, grata per aver potuto guardarla negli occhi un’ultima volta. La luna era già tramontata e la notte iniziava a sbiadire. Poi comparve l’alba all’orizzonte dalla parte del mare, e i primi rumori ruppero il silenzio. Molta gente sbucò dalle strette vie e si avvicinò invadendo la piazza. Quando vennero a prenderle Ernestina si mise in piedi, barcollando, ma difese con il proprio corpo quello della figlia. Le fu concesso di salire sulla piattaforma tenendola tra le braccia, che erano state sciolte dalle corde. Quando venne appiccato il fuoco alle fascine aveva già reclinato il capo sul petto, chiudendo gli occhi, con un lungo spasimo che le attraversò il corpo mentre il cuore si arrestava. Solo Viola se ne accorse, e sorrise, tra le lacrime. Sulla piazza era sceso un silenzio pesante, rotto soltanto dal crepitio delle fiamme. Nessuno proferiva parola: non lo speziale che, roso dall’invidia per i clienti che si vedeva sottratti dalla sua bravura, l’aveva denunciata come strega; non i mariti che si sentivano minacciati da donne capaci di togliere la vita misteriosamente, e avevano alimentato i sospetti; non le donne che aveva aiutato, e che non avevano avuto il coraggio di difenderla. Così morì Ernestina Di Pompeo, ma non il suo nome e la sua storia. Era il 1619.

 

Maristella Lippolis

Maristella Lippolis ha esordito nella narrativa pubblicando racconti sulla rivista “Tuttestorie”, diretta da Maria Rosa Cutrufelli. Nel 1999, con la raccolta di racconti La storia di un’altra, ed. Tracce, ha vinto il Premio Piero Chiara. Seguono i romanzi Il tempo dell’isola, Ed. Tracce, 2004); Adele né bella né brutta, Ed. Piemme, 2008, finalista al Premio Stresa; Una furtiva lacrima, ed. Piemme, 2013; Raccontami tu, editrice L’Iguana, 2017, Non ci salveranno i melograni, 2019. Collabora con la rivista”Leggendaria”, con il LetterateMagazine, con il Magfest. Organizza laboratori di scrittura creativa e autobiografica. Tutti i suoi libri sono abitati prevalentemente da personaggi femminili, donne che non rinunciano mai a essere sé stesse, universi in movimento.

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