Loredana Nigri

Via dei Muri, 8 Giugno 1964

Già da un po’ Elena, Febe, Irene e Cinzia girovagavano nell’assolata campagna che circondava via Dei Muri. A uno sguardo superficiale il loro sarebbe sembrato il ciondolare indolente di quattro bambine annoiate. Invece fremevano d’emozione. Ce l’avevano fatta. Erano riuscite anche questa volta a scappare da casa.

 

Sopraffatte dall’ansia della scoperta, a otto anni, oltrepassavano i confini stabiliti dai loro genitori, per andare a esplorare la misteriosa campagna, che era diversa da ogni cosa che avevano visto, sentito e toccato fino a quel momento. Un organismo a sé. Arcano, gravido di meraviglie, incurante del loro passaggio, ma che in realtà usava mille espedienti, trappole e insidie, per proteggere e occultare i suoi tesori e i suoi segreti.

 

La campagna viveva la sua vita in un flusso temporale differente da quello in cui vivono gli umani. Un corso più lento, dove il passato è celato ad uno sguardo distratto, ma in realtà, prossimo. Forse per questo avvertivano, lì più che altrove, quanto sottile fosse la realtà, quasi un velo, che separa e chiude i mondi e le persone che in essi vivono e sognano. Il velo soffocante.

 

Protette dalle forze divine regolatrici del cosmos, procedevano curiose, avvinte dalla grandiosità degli spazi aperti, spettacolari, se paragonati all’essenzialità delle case popolari. Case da tenere linde e pinte. Ed era quest’ossessione maniacale per la pulizia, per la gara non detta tra chi era la casalinga migliore, a distrarre le mamme e a consentire alle bambine le “fughe verdi”, che duravano intere mattinate o lunghi pomeriggi, durante i quali, sorrette da una tenacia e da una forza sovrumana, percorrevano diversi chilometri.

 

In quelle lunghe ore la campagna le rapiva. Erano ammaliate da una natura caotica e immobile, di cui però coglievano l’irrequietezza.

 

La campagna le avviluppava in un bozzolo sospeso a mezz’aria, da cui avevano una visuale d’insieme assai strana, sconosciuta. Amplificava i loro sensi. Potevano vedere e sentire cose e suoni molto lontani e a volte anticipare di qualche secondo la visione di qualcosa che puntualmente si sarebbe poi materializzata davanti ai loro occhi. Riuscivano a vedere fin nei minimi particolari i piumaggi degli uccellini che instancabili svolazzavano da albero in albero e a distinguere i rami degli alberi sui rilievi delle colline più lontane. Con la stessa intensità sentivano il frinire delle cicale posate su siepi distanti anche un chilometro, e il lavorio incessante delle mandibole delle formiche, sottoterra.

 

Coglievano quell’iperrealtà che consentiva a Febe di sentire, quand’era già lontanissima da casa, la voce della mamma che la chiamava dal balcone. A volte sembrava il canto di una sirena, ma se si sforzava, e spesso ci riusciva, a vederla in viso, si accorgeva che aveva l’espressione di Medusa. Atterrita distoglieva lo sguardo. Tornate a casa, perdevano la capacità di andare oltre l’apparente.

 

Quella mattina erano eccitate. La scuola era finita da qualche giorno e il loro tempo era un flusso eterno di giornate cariche di promesse. Intuivano che la felicità era una cosa seria, la cui ricerca poteva rivelarsi anche pericolosa, forse dolorosa. Ognuna di loro sentiva che da sola avrebbe dovuto avere il coraggio che ci vuole per trovarla e prenderla. Era qualcosa che dovevano fare in prima per- sona. Stare insieme avrebbe dato loro la forza necessaria per affrontare i momenti difficili, quando inevitabilmente sarebbero arrivati. Nessuno dei grandi avrebbe insegnato loro a riconoscere i mille rivoli e a percorrere le tante strade che portano alla conoscenza. Anzi, i grandi avrebbero contrastato con lusinghe e minacce la loro ricerca. La promessa di scoperte sorprendenti, quale talismano per la felicità illimitata, le faceva vibrare all’unisono, nella campagna millenaria di una delle tante nuove periferie urbane italiane. Insieme sentivano, bramavano e si ingozzavano di vita. Io lo so, ero una di loro.

 

Moscerini e mosche gli ronzavano insistenti intorno alla testa, posandosi e pizzicando il viso e il collo. Farfalle entravano per un attimo nel loro campo visivo, per poi scomparire subito dopo, ma in tempo affinché si accorgessero che quelle bellissime ali variopinte erano attaccate a un verme nero, che aveva due grandi occhi, sormontati da lunghe antenne. Occhi che parevano non avere fondo. Elena si divertiva ad acchiapparle. Ma loro non si davano per vinte. Per non farle volare via, stringeva forte le ali, tra il pollice e l’indice. Mentre le zampette ai lati del verme si dimenavano, sulle dita rimaneva una specie di polverina, che faticava poi a far andare via.

 

Quando schifata le lasciava andare, il più delle volte cadevano a terra di lato. Le guardava agonizzare e nella speranza che spiccassero nuovamente in volo, le posava su qualche foglia in alto. Sapeva tuttavia che senza le ali, che aveva sgualcito fino a distruggerle, le farfalle non avrebbero più potuto volare.

 

Elena era minuta. Un mucchietto di ossa con pochissima carne sopra. Ma sembrava di ferro. Era la guida naturale del gruppo per la forza di carattere, la determinazione e un coraggio davvero insolito in una bambina. I capelli lisci e castani, lunghi fino alle spalle, incorniciavano un visetto triangolare inondato da lentiggini, su cui risaltavano occhi un po’ sporgenti, ma vivaci e intelligenti, che scrutavano cose e persone. Non le sfuggiva nulla. Del resto, era necessario essere vigili in quei perigliosi percorsi e si addossava la responsabilità di portarci in salvo, perché il più delle volte era lei a trascinarci e a spingerci a superare il nostro limite. Mi pare di sentirla. «Ah è così? Avete paura? E di cosa? I maschi passano di là ogni giorno! E poi, se succede qualcosa scappiamo, ché quando vogliamo, andiamo più veloci del vento!»

 

E noi tre ci alzavamo in volo con lei.

 

Mentre parlava, sollevava il nasino all’insù, alla cui base labbra rosse rosse racchiudevano denti a quel tempo irregolari. Te ne accorgevi quando esplodeva in una delle sue risate fragorose, che avevano il suono di una cascatella d’acqua gorgogliante.

 

Eppure già da allora s’insinuava nella sua gioia una nota dolente, come se il riso si spezzasse e diventasse per una frazione di secondo un singhiozzo irrefrenabile, per tornare ilare un attimo dopo. Avvertivo questo suo tormento e avrei voluto prenderlo io per alleggerirla. Ma avevo anch’io i miei strazi, e così facevo finta di niente.

 

Forse Elena conservava la memoria di una prima infanzia difficile, di bambina malatticcia che più volte aveva rischiato di morire. Ma anticipava anche la sofferenza patita durante un’adolescenza consumata tra ribellione, anticonformismo, sradicamento familiare e abbandono. Forse il suo corpo sapeva già, e la preparava, iniziandola con piccole dosi, al dolore. Il dolore l’avrebbe sempre trovata, senza però mai travolgerla.

 

Dal romanzo di Loredana Nigri, La Greca passionale, Edizioni Helicon, 2017

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