Alessandra Bocchetti 10 Maggio 2019

Un testo importante,  divulghiamo anche noi il discorso tenuto da Alessandra Bocchetti Senato Sala Zuccari 
10 Maggio 2019

La felicità delle donne e la violenza degli uomini
Intervento di Alessandra Bocchetti

 

In questo tempo si sente spesso dire la frase “Dobbiamo cambiare il mondo…” La sento pronunciare dai quei ragazzi, oggi sempre più numerosi, che cominciano ad avere a cuore il destino del nostro pianeta, impegnati nelle battaglie per il clima, per l’aria pulita, per l’acqua bevibile. E la sento pronunciare anche da molte donne che sono in cammino per fare di questo mondo qualcosa di meglio. Questa frase l’ho detta tante volte anch’io.

 

Tuttavia in questa frase c’è un errore e penso sia importante correggerlo. Non dobbiamo cambiare il mondo, il mondo l’abbiamo cambiato fin troppo, dobbiamo cambiare l’umanità, dobbiamo cambiare il senso dell’umano. Per fare questo è necessario liberarci da tutte quelle strutture e gabbie attraverso le quali fino a questo momento abbiamo pensato.

 

Oggi c’è urgenza di abbandonare un soggetto eroico, dominatore, padrone di sé e del mondo, quel soggetto che, così si dice, fa la storia. Quell’Uomo con la u maiuscola, non perché rappresenti tutti, ma perché magnifica la sua supremazia. Questo soggetto ha determinato un’idea di progresso, che oggi mostra tragicamente i suoi limiti. L’immagine del futuro comincia ad apparirci sinistra.

 

Cambiare il senso dell’umano è una rivoluzione, una rivoluzione difficilissima e lenta, molto lenta, perché non si tratta di sostituire una classe a un’altra, non si tratta di un cambio di potere, si tratta di cambiare modo di pensare, di pensare le cose, gli esseri umani, i rapporti umani, il senso della vita e della morte.

 

Per ogni rivoluzione, lo dice la storia, ci vuole un soggetto portante e questo soggetto, per me, è la donna. Sono le donne, le uniche che potranno affermare, dire, raccontare, essere, un soggetto nuovo, diverso.

 

Le donne in ragione del loro corpo, della loro storia ed esperienza del mondo, hanno potuto vedere l’umanità da vicino, hanno visto la bellezza dei corpi e la loro miseria, hanno toccato, annusato, sentito profumi e puzze, hanno amato e curato, fatto nascere e accompagnato a morire tutta l’umanità. Tutto questo permette loro un materialismo estremo. E proprio da questo materialismo estremo che oggi le donne ci chiamano a uno sforzo di verità. Il soggetto vero di cui parlano, il soggetto della loro rivoluzione, non ha niente di eroico, non magnifica supremazie, ma racconta che siamo tutti, uomini e donne, bisognosi di cure e di amore, dalla nascita alla morte, e che per questo disgraziato sarà colui o colei che non nasce dal desiderio della madre, racconta che siamo dipendenti gli uni dagli altri e che siamo fragili, spesso spaventati.
No non è proprio eroico il soggetto della rivoluzione delle donne, ma è certamente più vero.

 

Questo nuovo soggetto porta con sé grandi cambiamenti. Sostituire la civiltà della cura a quella della conquista, della sfida, della forza del potere, sarà un processo lungo anzi lunghissimo e nessuno di noi ne vedrà la fine. Tuttavia saranno la nostra pratica quotidiana, le nostre scelte, il nostro modo di abitare, il nostro modo di amare, il nostro modo di ascoltarci che a poco a poco riusciranno a cambiare le cose. Piccoli passi per un grande cambiamento.

 

Vi ho fatto questa premessa per farvi capire da dove vi parlo e quanto io sia lontana dall’idea che gli uomini e le donne siano uguali. Non penso affatto che una donna libera sia uguale a un uomo libero. Solo in una cosa siamo uguali, siamo uguali nella dignità, dignità che non è un bene da conquistare ma che ciascuno ha, malgrado se stesso, per il solo fatto di essere nato, per il solo fatto di condividere la condizione umana. Mi piacerebbe leggere nelle aule dei tribunali la scritta in bella vista “ La dignità è in ciascuno di noi” sarebbe una frase profondamente vera. Spesso penso che se a guidarci fosse l’idea della dignità saremmo più nel giusto, più di quanto non succeda quando a guidarci è l’idea dell’uguaglianza, saremmo molto più ricchi e ricche.

 

Siamo qui per parlare della violenza e soprattutto per parlare della violenza contro le donne, un male antico storico della cultura cui apparteniamo, che ogni donna vorrebbe dimenticare, vorrebbe cancellare ma che invece è profondamente scritto in ciascuna di noi, in tutte noi, anche se abbiamo nella nostra vita ricevuto solo carezze, come è scritto in ciascun uomo anche se non ha mai alzato una mano in vita sua. C’è la brutta abitudine di pensare che la violenza sia un guaio delle donne invece è un guaio di entrambi. Proprio perché tutti siamo portatori di quella dignità, che, sola, ci rende uguali. La violenza è un problema che ci riguarda tutti.

 

Tutti, uomini e donne, siamo capaci di violenza. Ma quando apriamo il giornale e leggiamo di una donna uccisa, di una ragazza stuprata, ogni donna prova qualcosa che un uomo non prova, prova un dolore speciale e allora dobbiamo sapere interrogare questo dolore per scoprire cosa significa, cosa tenta di raccontare.

 

La violenza quando è rivolta alle donne, nella maggior parte dei casi, non è un fenomeno, non è un incidente, non è una momentanea perdita di ragione, è invece il tentativo di riaffermare un ordine, un ordine dove l’uomo è padrone e signore, signore che non può essere né abbandonato, né disconosciuto.

 

C’è da dire che le donne, tutte, non appartengono più a quest’ ordine anche se non lo sanno. C’è un’idea che testimonia il loro esserne fuori, è un’ idea assolutamente nuova per tutte noi, quella di sentirci autorizzate alla ricerca della nostra felicità, della felicità per noi stesse. Questa è la grande novità che le donne, tutte, stanno vivendo in questo momento.

 

Nella storia, la felicità non era tanto roba da donne, piuttosto erano il dolore e l’infelicità che connotavano meglio la loro condizione. Alle donne si addicevano il pianto, la commozione, la malinconia, la risata era sempre segno di scompostezza, quando non era addirittura percepita come una minaccia. Non perché questo fosse la verità della vita vissuta, perché le donne hanno sempre saputo ridere, ma perché questo era loro icona performativa. Una donna allegra era piuttosto una puttana, anzi una puttana era “donnina allegra”. Attenzione, questo diminutivo serviva strategicamente, per la potenza della lingua, ad allontanare la donna onesta dall’allegria.

 

L’idea di aver diritto alla ricerca della propria felicità la dobbiamo al femminismo, è passata da lì nella testa di tutte noi, femministe e no, ricche e povere, colte e ignoranti. Ogni donna oggi sente questo nella sua testa e nel suo cuore. Questo è stato un grandioso passo avanti verso la libertà. La carneficina dei femminicidi è dovuta principalmente a questo.

 

Dobbiamo, però, renderci conto che nella violenza degli uomini contro le donne agisce qualcosa di impersonale, agisce la forza di un ordine che non vuole sparire, un ordine che resiste.
Se si vuole avere ragione di questa violenza, tutti noi dobbiamo lavorare soprattutto su questo piano impersonale, che è la cultura cui apparteniamo, cultura che sovrasta i soggetti e che in un certo senso li comanda, li determina e che ha una forza eccezionale su tutti e tutte noi. Le donne si stanno sottraendo a questo ordine, consapevolmente o inconsapevolmente, anche se la strada è lunga e difficile e spesso disordinata, gli uomini no, sembrerebbero non averne alcuna voglia. C’è da capirli, noi non abbiamo niente da perdere, sole le nostre catene, direbbero Marx e Engels, per gli uomini invece è durissimo. E’ durissimo perdere il sentimento della propria supremazia e con esso i previlegi di cui si è goduto.

 

Il silenzio degli uomini sulla violenza contro le donne è assordante, come se questa fosse faccenda di donne, quando invece è piuttosto faccenda loro. Così come per altri temi, per esempio, la prostituzione, la tratta. Aspetto con impazienza parole di sdegno da parte degli uomini, che però ancora non arrivano.

 

La violenza è un principio ordinatore della nostra cultura, anche la giustizia se ne è servita abbondantemente, per venirne a capo è necessario un cambio di civiltà a cui tutti e tutte siamo chiamati.

 

Quando si parla di violenza degli uomini contro le donne si immagina molestie, maltrattamenti, assassinii, ma vi voglio parlare di un’altra violenza che non colpisce una donna, ma che colpisce tutte. Per lungo tempo le donne non sono state ammesse a deporre in tribunale, perché la loro parola non aveva valore di verità. Questo è per me più grave di qualsiasi esclusione. Immaginate un essere pensante a cui non venga riconosciuta capacità di verità, immaginate di sentirvi addosso tutto questo nonostante voi abbiate occhi per guardare, orecchi per sentire, testa per pensare, cuore per provare emozioni, e siete capaci di attenzione, di commozione, di sdegno, di amore, di odio, di compassione. 
Se le mie parole sono prive di verità, se le mie parole non valgono, io sono più che dimezzata, sono più che umiliata. Delle volte mi chiedo come le donne siano sopravvissute a tutto questo e mi rispondo che sono sopravvissute grazie alla loro immensa forza, data dal continuo rapporto materiale con la vita quotidiana, dalla loro grande attenzione all’esistente, dal far nascere e crescere e dal loro saperne di più sulla vita e sulla morte. 
Gli uomini, che alla parola verità hanno messo spesso la maiuscola, privati della propria credibilità andrebbero in pezzi quasi subito.
Come curarci da questa ferita? come curarci entrambi, uomini e donne, dico, perché quando una ferita è così grande tutti ne sono malati.

 

La straordinaria novità del Me Too non è solo che le donne comincino a denunciare e che comincino a considerare un abuso non più solo una sfortuna personale, la novità del Me Too sta anche nel fatto che le donne cominciano a essere credute. E’ un ottimo segno.

 

Dove si vince la violenza? Nelle aule dei tribunali? Anche, ma con riserva. E’ scandalosa la rapidità con cui spesso, troppo spesso, una vittima viene trasformata in colpevole. Certe sentenze sono scandalose per una palese connivenza con una cultura che autorizza la sessualità maschile, la giustifica nei suoi eccessi ed è estremamente indulgente tanto da trasformare una gesto grave, in una leggerezza o addirittura in uno scherzo o in un gioco da ragazzi. Quando una sentenza di questo tipo è una donna a pronunciarla certo è una delusione grande, ma la verità è che tutti, uomini e donne, devono impegnarsi a uscire da una cultura patriarcale padronale, le donne non sono salve da questo per il solo fatto di essere donne, è un lavoro duro anche per loro uscirne.

 

Si pensa normalmente che nei confronti delle donne ci siano tanti pregiudizi da superare, da mettere a tacere nella propria coscienza per avvicinarsi a un giudizio giusto. Questo è vero. Ma il mio invito è quello di cominciare a considerare anche i pregiudizi che riguardano gli uomini, che sono tanti. Se le donne soffrono dei pregiudizi negativi, gli uomini soffrono dei pregiudizi positivi. L’uomo è coraggioso, l’uomo è forte, ama il rischio, è affidabile, è razionale, non ha paura, è potente. La loro icona prescrittiva li avvicina ai super eroi e anche questo è un fardello pesante da portare. La radice della violenza, della dismisura e della rabbia maschile affonda proprio qui, in questi pregiudizi.

 

Penso che lo sguardo giusto sia quello riesca a vedere la creaturalità, in ciascuno di noi, siamo tutti esseri unici coinvolti nel grande mistero della vita, tutti abbiamo abitato in un corpo di donna, tutti ci aspettiamo del bene e ci disperiamo quando il male arriva. La qualità di un giudice sta molto nella sua capacità di ascolto e nella qualità della sua attenzione, è necessaria un’attenzione pura, direbbe Simone Weil.

 

So che deluderò molti e molte nell’affermare che non sono d’accordo con l’idea che la misura delle pene non conti, pene severe e certe sono necessarie.

 

Ma se siamo in tribunale vuol dire che già la violenza è stata fatta. Per avere ragione della violenza, bisogna imparare a riconoscerla prima che arrivi e per questo dobbiamo rendere più forti le nostre ragazze e per farlo tante cose devono cambiare.
La scuola per prima. La scuola in Italia è scandalosamente maschilista, sono molto sicura di questo mio giudizio. Certo lo so che l’87% della formazione sta in mano alle donne e che le ragazze sono più brave dei ragazzi, ma questo vuol dire poco. La verità è che le ragazze escono dalla scuola colte ma non nutrite, manca loro il nutrimento. Nutrimento è dare alle ragazze donne da ammirare, ammirare una propria simile nella sua grandezza, essere orgogliose di una propria simile fa crescere e rende forti. La scuola italiana fornisce quasi esclusivamente modelli maschili, storie di uomini, opere di uomini. Negli ultimi due concorsi per insegnanti di lingua e letteratura italiana, i concorrenti dovevano rispondere su 30 autori, e su 30 autori c’era solo una donna, Elsa Morante, alla povera Grazia Deledda non è valso il premio Nobel per essere in quell’elenco. Il Nobel del pensiero del Novecento io lo darei a due donne, Simone Weil e Hannah Arendt, a scuola però non si studiano. La più grande pedagogista, parlo di livello mondiale, Maria Montessori, non si studia. 
Nutrimento è conoscere la storia delle donne, conoscere il percorso che ci ha portato fuori dalla soggezione, saperne le tappe, le lotte, le vittorie e le sconfitte per imparare quel sentimento così importante per la crescita morale che è la gratitudine per chi ci ha preceduto. La storia delle donne a scuola non si studia. Una giudice mi ha confessato, che era già giudice quando ha saputo che alle donne è stato possibile essere magistrate solo nel 1963.
Ho sentito delle ragazze ripetere senza alcuna incertezza che il Codice Napoleonico è stato un grande passo verso la democrazia, nessuno aveva raccontato loro, il disastro che ha rappresentato per le donne, la perdita secca di ogni libertà, l’assoggettamento totale all’autorità del padre e poi del marito. Che del “Contratto sociale” le donne non erano tra i contraenti, nessuno lo spiega alle ragazze. Tutto questo significa privarle del loro spirito critico, spirito critico che a ciascuno fornisce le ascisse e le coordinate per un posto nel mondo. Per le ragazze questo posto la scuola lo rende incerto, insicuro se non impossibile.
Della scuola italiana le ragazze sono ospiti, uditrici. Abbiamo tutte studiato private della coscienza di essere donne, abbiamo ripetuto come pappagalli la meraviglia della nostra esclusione.
Per vincere la cultura della violenza la scuola deve assolutamente cambiare.

 

Chiudo con un paradosso: per vincere la violenza forse se ne deve parlare di meno. Il tema troppo esposto ha due effetti, il primo pericolosissimo è quello di spingere le donne a connotarsi come vittime, e a illudersi che la vittima possa avere la forza di un soggetto politico. Questo non è mai avvenuto nella storia, né mai avverrà. La figura della vittima è debole per eccellenza, e non è chiedendo risarcimenti che si cambia la storia.
Il secondo effetto è che se le donne continuano ad essere maltrattate, malmenate, uccise niente è veramente cambiato, l’ordine è sempre lo stesso e tutti possono stare tranquilli. “Certo le donne oggi hanno più libertà, ma la pagano cara. E questa libertà è ciò che doveva pur cambiare perché tutto, gattopardescamente, resti uguale”.

 

E poi se ne vede troppa sui nostri media di violenza. Per un’influenza che mi ha costretto a casa, per un pomeriggio intero mi sono messa a vedere la televisione, un canale della televisione nazionale, quella per cui tutti noi paghiamo il canone. Dalle 2,30 alle 7,30 in fascia protetta. Ho visto tre serie di quei gialletti in cui al finale si pesca sempre l’assassino, erano programmati uno dietro l’altro, intervallati da pubblicità chiaramente per bambini, merendine, giocattoli, parchi giochi… Bene, in quelle cinque ore hanno fatto fuori quattro donne, morte tutte malamente, nessuna nel suo letto, una strangolata, una affogata in una piscina, una tirata giù dal balcone e la quarta seviziata dal marito e buttata in una discarica. Si dovrà chiedere ragione di questo al nostro servizio pubblico.

Grazie

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